BIRMANIA Bagan in bici: due giorni tra templi, fango e tramonti – Giorni 6-7
Diario Birmania – Tappa 7
Conoscere e avere il privilegio di visitare Bagan in bici è stata una delle esperienze più belle, faticose e indimenticabili di tutto il nostro viaggio in Birmania.
Per due giorni abbiamo pedalato tra templi, pagode, strade sterrate, Buddha dorati, campi, fango, temporali e tramonti che sembravano appartenere a un altro tempo.
Comodo? Non proprio. Pratico? Nemmeno sempre.
Però Bagan va vissuta anche così: piano, senza fretta, lasciando spazio agli imprevisti, alle strade sbagliate e a quei momenti che non avevi programmato, ma che poi diventano i più belli del viaggio.
Visitare Bagan in bici: cosa sapere prima di partire
Ci svegliamo freschi e riposati, facciamo un’abbondante colazione, affittiamo le bici per 1,5$ e partiamo.
Finalmente si va alla scoperta di Bagan, dei suoi templi, delle sue pagode, delle strade sterrate, della polvere e dei famosi 42 chilometri quadrati di meraviglia.
Prima di iniziare, però, ci sono due cose importanti da sapere.
In tutti i templi, pagode, paya e zedi si entra completamente scalzi. Sempre. Anche quando il pavimento scotta, quando è bagnato, quando fuori c’è fango o quando pensi di entrare solo un secondo.
Bisogna anche vestirsi in modo rispettoso: spalle coperte e pantaloni o gonne almeno sotto il ginocchio.
Partiamo da Nyaung U e iniziamo così il nostro primo vero giorno tra i templi di Bagan.

Shwezigon Paya durante il giro a Bagan in bici
Primo giorno a Bagan in bici
Il primo giorno decidiamo di seguire il percorso più classico, quello che da Nyaung U porta verso Old Bagan.
All’inizio è tutto entusiasmo: pedali, guardi la cartina, ti fermi ogni tre minuti, vedi templi ovunque e vorresti entrare in ogni pagoda.
Poi capisci una cosa: Bagan è enorme e se provi a vedere tutto, impazzisci.
La soluzione migliore è scegliere alcuni templi principali, godersi la strada e lasciare un po’ di spazio al caso. Perché a Bagan, spesso, le cose più belle succedono proprio quando sbagli strada.
Shwezigon Paya
La prima fermata è la Shwezigon Paya.
Si tratta di un grande zedi dorato, imponente, elegante e bellissimo di giorno. Dicono che di notte, tutto illuminato, sia ancora più spettacolare.
È una delle strutture più importanti di Bagan, anche perché rappresenta un punto d’incontro tra la cultura animista, quella induista e quella buddista.
Da un lato dello zedi si trova anche un piccolo complesso dedicato ai 37 Nat, gli spiriti prebuddhisti ancora molto presenti nella cultura birmana.
Giriamo un po’, ci guardiamo intorno, poi riprendiamo le bici e proseguiamo lungo la strada asfaltata in direzione Old Bagan.
Htilominlo Pahto
La seconda tappa è Htilominlo Pahto.
È un grande tempio buddista in mattoni rossi, alto circa 46 metri, con una struttura a terrazze su tre piani. Uno degli edifici più grandi della zona, con una base quadrata e un aspetto davvero imponente.
Non si può salire esternamente e, purtroppo, anche le scale interne sono chiuse al pubblico.
Ai quattro lati cardinali ci sono quattro statue del Buddha.
Anche senza poter salire, vale comunque la pena fermarsi. Ha una presenza massiccia e antica, di quelle che ti fanno capire subito che Bagan non è un semplice sito archeologico.
È qualcosa di più.

Htilominlo Pahto tra i templi di Bagan in bici
Ananda Pahto
Proseguendo arriviamo all’Ananda Pahto, all’ingresso di Old Bagan, è uno dei templi più famosi, visitati e affascinanti di tutta Bagan.
La struttura ha la forma di una croce greca, con terrazze che salgono verso una pagoda dorata e il famoso hti, il pinnacolo d’oro visibile da lontano in tutta la regione.
All’interno ci sono quattro grandi statue del Buddha, alte circa dieci metri, rivolte verso i quattro punti cardinali.
Anche qui non si può salire, né all’esterno né al secondo piano, ma il tempio è davvero spettacolare.
Entri pensando di restare dieci minuti e poi ti accorgi che sei ancora lì, a guardare in silenzio.

Ananda Pahto, uno dei templi più belli di Bagan
Thatbyinnyu Pahto
Poco dopo passiamo dal Thatbyinnyu Pahto, il tempio più alto di Bagan.
La struttura è enorme, elegante, con il suo sikhara che arriva a circa 60 metri d’altezza. Anche qui, purtroppo, non si può salire.
Ormai però è ora di mangiare.
Torniamo verso la zona dell’Ananda Pahto, dove avevamo visto alcuni ristorantini economici niente male. Ci fermiamo lì e ci rifocilliamo con noodle, riso e piatti tipici birmani.
La zona intorno all’Ananda, almeno per noi, è una delle migliori per mangiare bene spendendo poco.

Thatbyinnyu Pahto durante il giro a Bagan in bici
Bupaya e il fiume Irrawaddy
Dopo pranzo riprendiamo le bici e ci dirigiamo verso Old Bagan, fino alla Bupaya.
Questo stupa cilindrico dorato si trova proprio sopra il fiume Irrawaddy. A parte la sua importanza storica e religiosa, bisogna venire qui soprattutto per il panorama.
Il fiume Irrawaddy è lì sotto, enorme, lento, potente.
Lo guardi scorrere con le colline sullo sfondo, i templi a fargli da cornice e le barche che lo attraversano piano, impassibili, come avranno fatto centinaia di anni fa.
In quel momento capisci che Bagan non è solo templi, è anche paesaggio, fiume, luce e tempo che passa piano.

Fiume Irrawaddy
Da Old Bagan a New Bagan
A un certo punto siamo un po’ saturi di templi.
Bellissimi, certo. Però dopo ore di pagode, Buddha, mattoni rossi, corridoi bui e scalinate, anche la testa inizia a chiedere pausa.
Così partiamo da Old Bagan e arriviamo fino a New Bagan, piano piano, senza fermarci più.
Quando arriviamo, ci sediamo a bere una birra ghiacciata. Siamo sudati, impolverati e stanchi.
Accanto a noi ci sono due ragazzi inglesi. Appena ci vedono arrivare in bici, mezzi distrutti, si mettono a ridere e ci chiedono:
“Ma perché non avete noleggiato la bicicletta elettrica?”
E io, fiero e orgoglioso, rispondo: “Sono venuto apposta dall’Italia per pedalare tra i templi di Bagan.”
Bellissima frase. Molto romantica. Molto eroica. Peccato che, sotto sotto, non avessero tutti i torti.
Usare GoPro, reflex, cartina, chiedere informazioni continue e pedalare su strade sterrate piene di buche non è proprio la cosa più semplice del mondo.
Però Bagan in bici ha tutto un altro sapore. Più faticoso, sì. Ma anche più vero.
Tramonto dalla Shwesandaw Paya
Nel tardo pomeriggio torniamo indietro e ci fermiamo ad aspettare il tramonto dalla Shwesandaw Paya.
È una struttura bianca a piramide, con cinque terrazze che salgono fino allo zedi dorato. Secondo la leggenda, al suo interno sarebbe custodito un capello del Buddha.
Grazie alle scalinate ripide si può salire sulle terrazze e da lì si apre uno dei panorami più spettacolari di tutta Bagan.
Templi ovunque, pagode sparse nella pianura, verde, mattoni rossi e cielo che cambia colore.
Aspettiamo che l’ultimo raggio di sole sparisca dietro l’orizzonte.
Poi scendiamo piano e riprendiamo le bici verso Nyaung U. Con una ruota bucata.
Perché evidentemente la giornata non poteva finire in modo normale.
Dopo un’ora arriviamo stremati alla guesthouse. Doccia rinfrescante, cena ultra abbondante e poi una dormita meravigliosa.
Il primo giorno di Bagan in bici finisce così: stanchi morti, sporchi, felici e con la sensazione di aver vissuto una giornata enorme.

Tramonto sui templi di Bagan dalla Shwesandaw Paya
Secondo giorno a Bagan in bici
Il giorno dopo ci alziamo presto.
Non vogliamo perdere nemmeno un secondo, ricordiamo che Bagan è oggi riconosciuta come Patrimonio Mondiale dell’Umanità UNESCO.
Facciamo colazione, riprendiamo le bici e partiamo di nuovo. Questa volta prendiamo l’Anawrahta Road, la strada parallela a quella del giorno prima, ma più interna.
Il tempo però non promette niente di buono. È piovuto tutta la notte e all’orizzonte si stanno già addensando nuvole minacciose.
Dopo un po’ ci fermiamo al Buledi.
Buledi
Il Buledi è uno stupa con ripide scalinate, da cui si ammira una bella vista sulla piana di Bagan.
Purtroppo, proprio da lì, ci rendiamo conto che sta arrivando un bel temporale. L’interno è chiuso e quindi non possiamo ripararci. Ripartiamo alla ricerca di un posto dove aspettare la pioggia.
In giro non c’è nessuno a cui chiedere informazioni, così iniziamo a tagliare per campi e strade secondarie.
Risultato? Rimaniamo intrappolati nel fango.
A un certo punto, in un’enorme pozzanghera, una persona appoggia i piedi a terra e sprofonda in trenta centimetri di fango.
Con la beffa finale: entrambe le infradito restano sepolte nella poltiglia.
Mi tocca togliere le ciabatte, alzare i pantaloni e infilare le mani in un miscuglio imprecisato di fango, terra e probabilmente anche qualcosa che era meglio non sapere.
Mai avrei pensato di ritrovarle. Invece, dopo cinque minuti, le recupero tutte e due.
Miracolo. Bagan in bici, versione romantica.

Buledi durante il secondo giorno a Bagan in bici
Thabek Hmauk e il temporale
Finalmente ritroviamo la strada giusta.
Passiamo davanti al Thabek Hmauk, ma ormai il temporale è sempre più vicino. Il cielo si fa scuro, l’aria cambia e iniziano le prime gocce pesanti.

Thabek Hmauk durante un itinerario a Bagan in bici
Appena inizia a diluviare davvero, entriamo nel Sulamani Pahto.
Sulamani Pahto
Il Sulamani Pahto, soprannominato il “gioiello supremo”, è uno dei templi più belli e importanti di Bagan.
È formato da due piani, sormontato da un bellissimo sikhara. Immerso nella vegetazione, ha cinque porte d’ingresso, quattro statue del Buddha ai quattro punti cardinali e preziose decorazioni murali interne.
Appena entriamo, viene giù il mondo. Non è pioggia. È un nubifragio.
Capiamo subito che durerà parecchio. Così scegliamo una statua del Buddha che ci attira più delle altre e ci fermiamo lì.
Due ore. Una persona dorme, io leggo, penso, medito e scrivo.
Per la prima volta a Bagan trovo una pace difficile da spiegare. Forse la famosa pace dei sensi.
Fuori il temporale continua. Dentro, invece, tutto è fermo.
In quel momento Bagan diventa qualcosa di più di un posto da visitare. Diventa un posto dove restare.

Sulamani Pahto
Quando finisce di piovere sono già le due.
Torniamo verso la zona dell’Ananda Pahto per mangiare. Se volete mangiare bene e spendere poco, venite da queste parti: ci sono ristorantini semplici, economici e niente male.
Dhammayangyi Pahto
Gira e rigira, siamo stanchi.
Ridendo e scherzando, anche oggi abbiamo pedalato parecchio. Prima di pensare al tramonto, però, facciamo una sosta al Dhammayangyi Pahto.
È il tempio più grande, imponente e massiccio di Bagan.
Dentro c’è anche la statua dei due Buddha affiancati, una cosa abbastanza particolare e unica nel suo genere.
Il Dhammayangyi ha un’atmosfera diversa dagli altri templi. Più cupa, più pesante.
Si racconta che alcuni corridoi siano stati murati e che dentro vivano ancora gli spiriti delle anime chiuse lì, vive. La gente del posto parla di questo tempio come di un luogo dal karma negativo.
Storie, leggende, suggestioni.
Però, quando sei lì dentro, capisci perché certe voci nascono.
È un posto enorme, silenzioso, quasi inquietante. Visto da fuori, con quella forma massiccia, mi ricorda tantissimo le piramidi di Tikal, in Guatemala.

Dhammayangyi Pahto
Tramonto dal Pyathada Paya
A questo punto chiediamo consiglio a un pastore incontrato lungo la strada.
Gli domandiamo quale sia il tempio più bello per vedere il tramonto. Lui ci indica il Pyathada Paya.
Così partiamo.
Mezz’ora di pedalata tra pecore e risaie, pozzanghere, campi e strade sterrate.
Quando arriviamo, capiamo subito che ne è valsa la pena.
Il Pyathada Paya non è altissimo, ma è più isolato, meno conosciuto e ha un’immensa terrazza panoramica a 360 gradi.
Restiamo lì un paio d’ore, in compagnia di centinaia di libellule.
Una persona si addormenta come una bambina. Io invece resto sveglio, come un bambino, e assaporo ogni secondo di quel posto, al di là del tempo e dello spazio.
Davanti a noi ci sono templi, pagode, campi verdi, strade di terra, nuvole, luce, silenzio.
In quel momento mi sento davvero come scriveva Terzani: orgoglioso di appartenere alla razza umana.
Non ci sono più parole per descrivere quello che vedo.
Forse non ci sono nemmeno stati d’animo giusti per spiegare quello che sento.
Ormai è buio e a malincuore salutiamo Bagan.

Pyathada Paya
Consigli pratici per Bagan in bici
Bagan in bici è bellissima, ma non va presa troppo alla leggera.
Le distanze non sono impossibili, però con il caldo, la polvere, le strade sterrate e le buche, dopo qualche ora la fatica si sente.
Secondo me la bici resta il mezzo più bello, perché permette di andare piano, fermarsi quando si vuole e vivere Bagan con il ritmo giusto.
Se avete poco tempo, poca voglia di faticare o viaggiate in piena stagione calda, la bici elettrica può essere una buona alternativa.
Portate acqua, cappello, crema solare, qualcosa per coprirvi dentro i templi e una cartina.
Anche se oggi con il telefono è tutto più facile, perdersi tra i templi di Bagan fa parte del gioco.
E se piove, preparatevi al fango. Tanto fango.
Perché Bagan in bici resta indimenticabile
Bagan in bici non è solo una lista di templi da vedere.
Non è solo Shwezigon Paya, Ananda Pahto, Thatbyinnyu Pahto, Bupaya, Shwesandaw Paya, Buledi, Sulamani Pahto, Dhammayangyi Pahto e Pyathada Paya.
È il vento addosso mentre pedali, la polvere sulle gambe, l’ingresso scalzo in un tempio buio.
È bere una birra ghiacciata dopo ore di fatica, infilare le mani nel fango per recuperare due infradito, aspettare che finisca un temporale sotto lo sguardo immobile di un Buddha.
Poi c’è il tramonto, quando sali su una terrazza e la piana si riempie di silenzio.
Ti senti piccolo, ma in modo bello.
Bagan in bici è stata una delle esperienze più forti del nostro viaggio in Birmania.
Faticosa, sporca, lenta, imperfetta, proprio per questo meravigliosa.

