BIRMANIA Bagan – Il Mistero dorato di Kipling
Bagan, la storia che diventa mito
La Lonely Planet inizia la descrizione di Bagan in Birmania con una frase che rende subito l’idea: “Immaginate tutte le cattedrali medioevali europee concentrate insieme, in un’area grande quanto l’isola di Manhattan”.
Kipling la definì “il mistero dorato”. Marco Polo, secondo una citazione spesso riportata, parlò di una città dorata, piena del suono di mille campane e del fruscio delle vesti dei monaci. Terzani, invece, la raccontò come uno di quei luoghi che ti rendono fiero di appartenere alla razza umana.
Per me era una chimera sognata per anni.
Uno di quei posti che avevo immaginato mille volte prima ancora di vederlo davvero. E ora, dopo averla vista e vissuta, posso dire che Bagan è uno di quei rari luoghi al mondo che riesce ancora a sprigionare mistero e tranquillità, bellezza ed energia, misticità e armonia allo stato puro.
Non è solo un posto bello, è un posto che ti rallenta, ti svuota e poi, in qualche modo, ti riempie.
Bagan: dove la storia diventa mito
Bagan divenne storia e mito tra l’XI e il XIII secolo, quando fu il cuore politico, religioso e culturale del Regno di Pagan, il primo grande regno capace di unificare gran parte dell’attuale Birmania.
Il personaggio centrale di questa trasformazione fu il re Anawrahta, che regnò dall’XI secolo e contribuì alla diffusione del Buddismo Theravada nel suo regno. Da quel momento Bagan non fu più solo una capitale: diventò uno dei centri spirituali e culturali più importanti del Sud-est asiatico.
Il re fece arrivare monaci, artigiani e studiosi da India, Sri Lanka, Cina, Thailandia e da altri territori legati al mondo buddista.
E poi iniziò a costruire, tantissimo.
Sulle rive orientali del fiume Irrawaddy, in una piana enorme e polverosa, vennero realizzati migliaia di edifici religiosi: templi, pagode, zedi, monasteri e strutture sacre.
Nel periodo di massimo splendore si parla di oltre 10.000 monumenti. Oggi l’area UNESCO di Bagan comprende 3.595 monumenti registrati, tra stupa, templi e altre strutture legate alla pratica buddista.
Numeri enormi, certo, ma quando sei lì, i numeri smettono di contare.
Perché Bagan non la capisci contando i templi, la capisci pedalando.

Tre giorni in bicicletta tra templi e risaie
Trascorriamo tre giorni in giro tra templi e risaie, solo con le nostre bici, senza guida, senza fretta, andando tranquilli tra stradine di campagna ancora sterrate.
La cosa più bella di Bagan è proprio questa: puoi perderti.
Puoi seguire un sentiero solo perché ti ispira, fermarti davanti a una pagoda senza sapere il nome, entrare in un tempio perché fuori inizia a piovere, aspettare che la luce cambi, restare in silenzio.
C’è un’atmosfera di rilassatezza e quiete che sprigiona un equilibrio potentissimo.
Non è una pace finta, da cartolina, è una pace fisica che senti addosso.
La senti nella polvere, nel caldo, nei mattoni rossi, nelle statue dei Buddha, nelle biciclette che scricchiolano, nei bambini che passano, nei contadini, nelle risaie, nelle libellule.
Di quei tre giorni, due episodi mi sono rimasti addosso più degli altri.

Il diluvio e il Sulamani Pahto
Il primo episodio succede la seconda mattina, siamo in bici, da soli, in mezzo alle risaie.
A un certo punto il cielo cambia colore e inizia a diluviare.
Nel giro di pochi minuti siamo completamente bagnati, impantanati, sporchi, con le ruote che affondano nella terra e quella sensazione abbastanza chiara di non avere la minima idea di dove andare.
Poi, all’improvviso, davanti a noi compare il Sulamani Pahto, chiamato anche il “gioiello supremo”.
E in quel momento sembra quasi una salvezza.
Il Sulamani Pahto è uno dei grandi templi di Bagan. Fu costruito nel 1183 dal re Narapatisithu ed è considerato uno degli esempi più importanti dell’architettura classica di Bagan.
È formato da due piani, con una struttura imponente e armoniosa, sormontata da uno splendido sikhara. All’interno ci sono corridoi, decorazioni murali, statue del Buddha e quell’atmosfera sospesa che hanno solo certi luoghi sacri.
Appena entriamo, il temporale peggiora, capiamo subito che durerà parecchio.
Così scegliamo una statua del Buddha che ci attira più delle altre e ci fermiamo lì sotto.
Tre ore, una persona dorme, io leggo, penso, medito, scrivo.
Fuori il nubifragio continua.
Dentro, invece, c’è una pace difficile da spiegare e ancora più difficile da ritrovare.
Non era solo ripararsi dalla pioggia.
Era come se Bagan, in quel momento, ci avesse costretto a fermarci e forse era proprio quello di cui avevamo bisogno.
Pagode, stupa, zedi e templi: cosa si vede a Bagan
A Bagan si incontrano soprattutto due grandi tipi di strutture religiose.
Le prime sono le pagode, gli stupa, gli zedi e le paya.
Sono monumenti sacri, spesso a forma di campana, con base quadrata, circolare o ottagonale. Molti avevano funzione devozionale o commemorativa. Alcuni custodivano reliquie, altri erano legati all’idea del merito religioso, cioè alla possibilità di accumulare meriti attraverso offerte, costruzioni e atti di devozione.
Poi ci sono i templi, chiamati anche pahto.
Questi sono veri e propri luoghi di culto, spesso visitabili anche all’interno. Hanno corridoi affrescati, nicchie, statue del Buddha, passaggi bui, aperture verso i quattro punti cardinali e atmosfere che cambiano completamente a seconda della luce.
Alcuni templi hanno statue del Buddha alte diversi metri.
Altri, visti da lontano, ricordano vagamente le piramidi Maya di Tikal. Naturalmente il contesto è completamente diverso, però quella forma massiccia, antica, geometrica, dà la stessa sensazione di trovarsi davanti a qualcosa che supera il tempo umano.

Il tramonto dal Pyathada Paya
Il secondo episodio è senza dubbio il tramonto.
Sì, lo so, lo dicono tutti.
Il tramonto a Bagan è famoso, fotografato, cercato, raccontato in mille modi.
Però quando sei lì capisci perché.
Stare in cima a una pagoda, aspettando il sole che scende piano, senza quasi nessun rumore, guardando l’insieme di tutti quei templi così vicini, così seducenti, così intriganti, spirituali e armoniosi, è una cosa che ti resta dentro.
Noi aspettiamo il calar del sole dalla terrazza panoramica del Pyathada Paya.
Restiamo lì un paio d’ore in compagnia di centinaia di libellule.
Una persona si addormenta anche qui, come una bambina.
Io invece resto sveglio, come un bambino.
E assaporo ogni secondo di quel posto, al di là del tempo e dello spazio.
Davanti a noi c’è una distesa di templi, cupole, guglie e mattoni rossi che si perdono fino all’orizzonte.
La luce cambia ogni minuto, prima è dorata, poi arancione, rosa, viola e llentamente, tutto diventa ombra.
E lì capisco davvero cosa intendeva Terzani.
Perché in quel momento, davanti a Bagan, ti senti piccolo, certo.
Ma non in modo triste.
Ti senti piccolo davanti a qualcosa di grande.
Davanti alla storia, alla fede e alla capacità dell’uomo di costruire bellezza, anche in mezzo alla fragilità, alla violenza, agli errori e al passare del tempo.
Non ci sono più parole per descrivere quello che vedo.
E forse non ci sono nemmeno stati d’animo giusti per spiegare quello che sento.
Ormai è buio e a malincuore salutiamo Bagan.
Alba o tramonto a Bagan?
Il tramonto a Bagan è meraviglioso.
Questo è fuori discussione.
Però, se devo essere sincero, per me l’alba resta ancora più potente.
La mattina c’è un silenzio diverso.
Meno gente, meno polvere, meno aspettativa.
La piana sembra svegliarsi piano, con le sagome dei templi che emergono dalla foschia una alla volta. Il sole sale lentamente, illumina le pagode, accende i mattoni, scalda l’aria e per qualche minuto sembra davvero che il mondo sia stato creato solo per quel momento.
Il tramonto è spettacolare, l’alba è sacra, allmeno per me.

La storia recente di Bagan
Bagan però non è solo mito, spiritualità e cartoline da viaggio.
È anche un luogo con ferite recenti.
Negli anni Novanta, molte famiglie che vivevano vicino all’area archeologica furono trasferite nella zona oggi conosciuta come New Bagan. L’obiettivo ufficiale era liberare e valorizzare l’area monumentale, ma la questione resta delicata e legata al controllo esercitato dalla giunta militare sulla popolazione e sul patrimonio culturale.
Anche i restauri realizzati in quegli anni furono molto criticati. In diversi casi vennero usati materiali moderni e criteri poco rispettosi dell’architettura originale, danneggiando l’autenticità del sito e complicando per anni il percorso verso il riconoscimento UNESCO. Bagan è stata poi inserita nella lista dei Patrimoni Mondiali dell’Umanità nel 2019.
Eppure, nonostante tutto, Bagan continua a resistere, forse anche perché la sua bellezza non è perfetta.
È una bellezza ferita, consumata, piena di cicatrici, ma proprio per questo ancora più vera.
Come visitare Bagan
Il modo migliore per visitare Bagan, secondo me, resta la bicicletta.
Oggi molti usano anche scooter elettrici ed e-bike, più comodi e veloci, soprattutto con il caldo. Però la bici ha un altro ritmo.
Ti obbliga ad andare piano e Bagan va vista piano.
Non è un posto da spuntare su una lista.
Non è “questo tempio, poi quello, poi quell’altro, foto, via”.
Bagan bisogna attraversarla, bisogna perdersi tra le strade sterrate, fermarsi senza motivo, entrare in templi minori, guardare la luce che si sposta sui mattoni, ascoltare il silenzio.
Tra novembre e marzo è anche possibile fare il famoso volo in mongolfiera sulla piana di Bagan. Non è un’esperienza economica, ma vedere dall’alto migliaia di templi all’alba deve essere qualcosa di veramente difficile da dimenticare.
Bagan non si visita, si vive
Bagan è uno di quei posti che non riesci a raccontare fino in fondo.
Puoi parlare della sua storia, dei re, del Buddismo Theravada, dei templi, delle pagode, dei restauri, dell’UNESCO.
Puoi dire che è uno dei luoghi archeologici più importanti dell’Asia o che è uno dei paesaggi più belli del Sud-est asiatico.
Ma alla fine tutto questo non basta.
Perché Bagan è soprattutto una sensazione.
Pedalare nella polvere rossa, entrare in un tempio mentre fuori diluvia, restare tre ore sotto una statua del Buddha senza sentire il bisogno di fare altro.
È aspettare il tramonto in cima a una pagoda, con le libellule che volano intorno e la persona accanto che si addormenta come se il mondo fosse finalmente innocuo.
È guardare l’orizzonte e vedere templi ovunque e sentirsi piccoli, ma in modo bello, davanti alla storia, alla fede e alla bellezza.
Bagan è questo.
Un luogo dove la storia diventa mito.
E dove il mito, per una volta, è ancora lì davanti ai tuoi occhi.

