Birmania: Yangon, questa è la Birmania – Giorno 4
Diario Birmania – Tappa 4
Siamo a Yangon la capitale della Birmania, anche se abbiamo dormito poco, riusciamo comunque a svegliarci presto,
Alle 16:30 abbiamo il treno per Bagan, quindi lasciamo i bagagli alla guesthouse e decidiamo di passare le ultime ore a Yangon nel modo più semplice possibile: camminando senza una vera meta.
A volte è proprio così che una città si lascia capire meglio.
Senza programmi, senza monumenti obbligatori, senza l’ansia di vedere tutto.
Solo strada, caldo, odori, rumori e facce.
Passeggiando senza meta per Yangon
Le prime due cose che colpiscono, appena iniziamo a camminare, sono il caldo e l’umidità.
Dopo mezz’ora ho già la maglietta completamente zuppa di sudore.
La seconda cosa, invece, è più strana: a Yangon non si vedono quasi biciclette e motociclette. Per chi ha viaggiato un po’ in Asia, è un’anomalia enorme.
In uno dei continenti dove tutto sembra muoversi su due ruote, Yangon sembra fare eccezione.
Più tardi leggerò una storia curiosa, quasi surreale: pare che alcuni anni prima un ciclista avesse urtato per sbaglio un alto funzionario dell’esercito e che, da quel momento, le due ruote fossero state vietate in città.
Non so quanto ci sia di leggenda e quanto di verità, però in Birmania certe storie sembrano sempre possibili.
E forse è proprio questo il punto.

Il primo impatto con la Birmania vera
Prima di partire mi aspettavo un paese particolare.
Un paese piegato da decenni di dittatura militare, con una storia pesante fatta di repressione, paura, violenze e democrazia soffocata. Però, allo stesso tempo, immaginavo anche un luogo ancora profondamente legato alle sue tradizioni culturali e religiose.
Un paese dove certi meccanismi occidentali non erano ancora entrati del tutto.
E, almeno al primo impatto, la sensazione è proprio questa.
Yangon non sembra una città costruita per piacere al turista. Non cerca di essere comoda, lucida o perfetta.
È vera.
Sporca in alcuni punti, lenta in altri, affascinante quasi sempre.
Longyi, cheroot, betel e vita di strada
Per strada uomini e donne indossano il longyi, la classica gonna di cotone birmana portata con una naturalezza incredibile.
Molti fumano le cheroot, piccoli sigari locali che si vedono ovunque. Altri masticano il betel, venduto in tantissime bancarelle improvvisate lungo i marciapiedi.
Il betel è una di quelle cose che si notano subito: lo preparano con gesti veloci, lo piegano, lo vendono, lo masticano e poi lo sputano in continuazione.
Quando gli uomini sorridono, spesso hanno i denti rossi, marroni, segnati da quell’abitudine così lontana dalla nostra.
All’inizio ti colpisce, poi diventa parte del paesaggio.
Come il caldo, il rumore della città e il ritmo lento delle persone sedute ai chioschetti.
Una città povera, ma non disperata
A Yangon non si respira ricchezza.
Questo è evidente.
Però, almeno nelle zone in cui camminiamo noi, non sentiamo neanche quella povertà estrema e disperata che purtroppo si trova facilmente in tante grandi città del mondo.
Per strada c’è molta calma.
Le persone non sono asfissianti, non cercano continuamente di venderti qualcosa, non ti inseguono, non ti assediano.
Ti guardano, sorridono, ogni tanto ti salutano. Spesso sono curiose, ma quasi mai invadenti.
Intorno ci sono lavori ovunque: marciapiedi da rifare, case da sistemare, cantieri improvvisati. Eppure tutto sembra muoversi con una lentezza strana, come se il tempo qui avesse deciso di prendersela comoda.
Mangiare per strada a Yangon
Ogni pochi metri spunta un chioschetto.
Un tavolino basso, qualche sedia di plastica, pentole, ciotole, brodi, riso, noodles, verdure, carne, spezie, odori forti e sorrisi.
Con pochi centesimi puoi sederti e assaggiare un pezzo di cucina birmana.
Non sempre capisci cosa stai mangiando, ma spesso è proprio quello il bello.
Ti siedi, indichi, sorridi, aspetti.
Poi arriva qualcosa.
E in quel momento, più che in qualsiasi ristorante, ti sembra davvero di essere entrato nella vita quotidiana del paese.

Yangon Birmania
Le vecchie case coloniali e il volto di Yangon in Birmania
Camminando per Yangon, ogni tanto compaiono vecchie case coloniali, eredità del periodo britannico.
Alcune sono belle, decadenti, rovinate dal tempo e dall’umidità. Altre sembrano quasi abbandonate, ma hanno ancora un fascino enorme.
Sono pezzi di storia rimasti lì, in mezzo al traffico, ai mercati, ai chioschi e alla vita normale.
Poi incontri ragazzi che vendono passerotti chiusi in piccole gabbie. Per un dollaro puoi comprarli e liberarli, un gesto legato alla cultura buddista e all’idea di accumulare meriti.
È una scena strana, tenera e contraddittoria allo stesso tempo.
Perché da una parte c’è il gesto simbolico della liberazione, dall’altra c’è il commercio degli uccellini in gabbia.
Ma la Birmania è anche questo: bellezza, spiritualità e contraddizioni continue.
Il thanakha sul volto delle donne
Una delle immagini più belle di Yangon e della Birmania sono le donne, giovani e anziane, con il thanakha sul volto.
Il thanakha è una pasta cosmetica tradizionale, usata da secoli in Birmania. Si applica sulle guance, sulla fronte, a volte anche sul naso, con disegni semplici o più decorativi.
Serve a proteggere la pelle dal sole, ma è anche un elemento estetico e culturale fortissimo.
Sui volti delle donne birmane sembra quasi una firma.
Una cosa delicata, elegante, antica.
Uno di quei dettagli che ti fanno capire subito che sei in un posto diverso da tutti gli altri.
La gentilezza del popolo birmano
Andando in giro, fermandoci a chiedere informazioni, mangiando ai chioschetti e osservando la gente con occhi aperti, capiamo una cosa in modo abbastanza immediato: il popolo birmano è incredibilmente gentile.
Donne, uomini, ragazzi, anziani.
Quasi tutti ci sembrano socievoli, allegri, curiosi, fieri e onesti.
E questa cosa colpisce ancora di più se pensi alla storia recente del paese.
Perché queste persone, così semplici e così simili a noi nei gesti quotidiani, hanno vissuto per decenni sotto il peso di un potere durissimo, chiuso, violento, lontanissimo dalla loro umanità.
È una sensazione difficile da spiegare.
Da una parte vedi la bellezza del popolo.
Dall’altra senti il peso della storia.
E in mezzo ci sei tu, che cammini per Yangon con la maglietta sudata, una macchina fotografica in mano e la sensazione di essere finito in un luogo che non assomiglia a nessun altro.
Questa è Yangon, questa è la Birmania
È passato solo un giorno da quando siamo arrivati, ma io mi sento già a mio agio.
Ho una sensazione strana, mai provata prima in altri viaggi.
Come se non potesse capitarmi niente e se fossi già stato qui.
Come se queste strade, queste facce, questi odori e questa luce facessero parte di qualcosa che conoscevo già, magari da qualche vita precedente.
Forse è solo suggestione o stanchezza.
Forse è il caldo umido di Yangon che ti entra nella testa.
Però la sensazione resta, la Birmania è diversa.
Diversa da ogni altro paese conosciuto.
E mentre torniamo verso la guesthouse per recuperare i bagagli e prendere il treno per Bagan, penso solo una cosa:

