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Cartagena de Indias è una di quelle città il cui nome riesce a evocare qualcosa ancora prima di averla vista.

Per anni l’avevamo immaginata attraverso i racconti di altri viaggiatori: le mura coloniali, i pirati, il caldo, la musica, le notti interminabili e quella fama quasi leggendaria costruita nel tempo intorno alla città più conosciuta della costa caraibica colombiana.

Ci arriviamo nel pomeriggio del settimo giorno di viaggio, dopo aver lasciato Palomino e trascorso quasi tutta la giornata tra autobus, taxi, terminal e strade bloccate.

Alle 18:00 siamo finalmente al terminal di Cartagena.

Prendiamo un taxi a tariffa fissa, carichiamo gli zaini nel bagagliaio e partiamo verso il centro storico senza sapere bene cosa ci aspetti.

Il cambiamento rispetto a Palomino è immediato.

Lasciamo alle spalle la spiaggia quasi deserta, le amache e le strade sterrate. Davanti a noi compaiono traffico, edifici, luci, venditori ambulanti e una città che sembra muoversi senza mai fermarsi.

Giorno 7: arrivo a Cartagena de Indias

Il taxi ci porta direttamente all’ostello El Viajero, nel centro storico di Cartagena.

Gabriele avrebbe preferito dormire in uno dei tanti boutique hotel della città murata. Alcuni sono davvero affascinanti, ricavati all’interno di antiche dimore coloniali con cortili, balconi in legno e camere eleganti.

Essendo però il fine settimana, non troviamo una camera tripla disponibile a un prezzo accettabile.

Alla fine scegliamo El Viajero, uno degli ostelli più conosciuti e frequentati della città.

Per fortuna.

L’atmosfera è giovane, internazionale e perfetta per il nostro modo di viaggiare. Ci sono camerate, spazi comuni, una reception sempre animata e viaggiatori provenienti da ogni parte del mondo.

La reception di El Viajero, il nostro ostello nel centro di Cartagena.

Posiamo gli zaini, scegliamo i letti e ci concediamo finalmente una doccia.

Dopo le ore trascorse sugli autobus, il caldo di Cartagena sembra ancora più intenso. La temperatura rimarrà praticamente costante durante tutto il soggiorno: circa trenta gradi di giorno e poco meno durante la notte.

Usciamo dall’ostello quando la città comincia a illuminarsi.

Per cena raggiungiamo il Señor Toro, in Calle Santo Domingo, dove ordiniamo delle enormi bistecche di carne colombiana.

Non sono semplici bistecche. Sembrano quasi delle fiorentine: spesse, cotte bene e accompagnate da contorni abbondanti. Spendiamo circa 20-25 euro a testa, una cifra alta rispetto alla media del viaggio, ma più che giustificata dalla qualità della cena.

Durante i primi minuti Cartagena ci ricorda vagamente Galle, in Sri Lanka.

Entrambe sono antiche città portuali, racchiuse da grandi fortificazioni costruite durante il periodo coloniale. La struttura urbana, le mura e il rapporto con il mare potrebbero far pensare a una certa somiglianza.

Bastano però cinque minuti per capire che qui è tutta un’altra musica: letteralmente.

Cartagena

Noi davanti all’ostello El Viajero, la nostra base a Cartagena de Indias.

Torniamo in ostello, ci cambiamo e usciamo nuovamente.

La prima serata la trascorriamo a El Mirador, uno dei locali più turistici e conosciuti della zona vicina alla Torre del Reloj.

Musica, rum, persone che ballano e caldo caraibico.

Cartagena comincia immediatamente a mantenere tutte le promesse che il suo nome ci aveva fatto.

La Torre del Reloj e le mura di Cartagena illuminate durante la nostra prima notte.

Giorno 8: Bocagrande e la città murata

Anche se siamo andati a dormire tardi, intorno alle 9:00 siamo già svegli.

Facciamo colazione a buffet in ostello e usciamo.

Il caldo è impressionante.

Non è ancora tarda mattinata e la temperatura ha già superato i trenta gradi. L’umidità rende l’aria pesante, ma non abbiamo nessuna intenzione di restare chiusi dentro.

Decidiamo di raggiungere a piedi Bocagrande, la parte moderna di Cartagena.

Il quartiere si sviluppa lungo una stretta penisola affacciata da una parte sulla baia e dall’altra sul Mar dei Caraibi. Qui si trovano grandi alberghi, appartamenti di lusso, ristoranti, negozi e grattacieli che ricordano alcune zone di Miami o Cancún.

Vogliamo soprattutto fare un bagno.

Arrivati sulla spiaggia, però, l’entusiasmo scompare rapidamente.

La sabbia è grigia, l’acqua poco invitante e il paesaggio dominato da edifici, ombrelloni e strutture turistiche. Dopo le spiagge selvagge di Palomino, il confronto è impietoso.

Cartagena possiede molte qualità, ma il mare urbano non è certamente una di queste.

La spiaggia urbana di Bocagrande, molto diversa dalle spiagge caraibiche che immaginavamo.

Rinunciamo al bagno e prendiamo un taxi per tornare verso il centro storico.

La corsa ci costa circa un euro.

Appena rientriamo dentro le mura, l’atmosfera cambia completamente.

La Ciudad Amurallada è un dedalo di strade strette, piazze, chiese, edifici coloniali, balconi in legno e facciate colorate. Ogni angolo sembra costruito appositamente per essere fotografato.

Passeggiamo senza seguire un itinerario preciso.

È probabilmente il modo migliore per conoscere Cartagena.

Ci lasciamo guidare dai colori, dalle voci che arrivano dalle piazze, dalla musica e dalle strade che si aprono improvvisamente davanti a noi.

Le strade colorate della città murata di Cartagena.

Nel pomeriggio continuiamo a girare per il centro.

Passiamo davanti alla Torre del Reloj, a Plaza de los Coches, alle mura e alle piazze principali, ma senza trasformare la giornata in una corsa tra monumenti.

Cartagena va assorbita lentamente.

Bisogna osservare i balconi, entrare nei cortili, fermarsi nei caffè e lasciare che il caldo costringa a rallentare.

Per cena decidiamo di non sederci in un ristorante.

Compriamo diverse cose dai venditori ambulanti: empanadas, arepas, fritti, carne, frutta e succhi freschi.

Lo street food di Cartagena è economico, semplice e perfetto per assaggiare molte cose diverse nella stessa serata.

Compriamo anche qualche bottiglia di vino e torniamo in ostello.

La serata termina negli spazi comuni di El Viajero, insieme agli altri viaggiatori.

Niente grandi locali questa volta.

Soltanto vino, chiacchiere e la sensazione di aver trovato una città in cui sarebbe molto facile restare più del previsto.

Street food preparato lungo le strade del centro di Cartagena.

Giorno 9: La Popa, Castillo San Felipe e Getsemaní

La terza giornata è quella più intensa.

Prendiamo un taxi e ci facciamo accompagnare al Convento de la Popa, costruito sulla collina più alta di Cartagena.

La strada sale sopra la città e permette di osservare dall’alto una Cartagena molto diversa da quella visibile dentro le mura.

Da una parte riconosciamo il centro storico e il porto. Dall’altra si estendono quartieri moderni, edifici residenziali, aree industriali e la lunga linea di grattacieli di Bocagrande.

Il panorama è enorme.

cartagena

Il panorama di Cartagena osservato dalla collina della Popa.

Il convento è tranquillo e raccolto, con un bellissimo chiostro coloniale circondato da archi, piante e balconate in legno.

Dopo la visita scendiamo dalla collina e proseguiamo verso il Castillo San Felipe de Barajas.

La fortezza domina la città dalla collina di San Lázaro ed è una delle più grandi opere militari costruite dagli spagnoli in America.

Camminiamo tra mura, bastioni, rampe e passaggi sotterranei. Anche senza conoscere nel dettaglio la storia del castello, è facile comprendere perché Cartagena fosse considerata quasi inespugnabile.

Dalla fortezza continuiamo a piedi verso Getsemaní.

Il quartiere si trova appena fuori dalla città murata ed è molto diverso dal centro coloniale più elegante.

Qui le strade sono più popolari, le case più semplici e la vita quotidiana più visibile.

Nel 2016 Getsemaní era già diventato uno dei principali punti di riferimento per i backpacker: ostelli economici, ristoranti, piccoli bar, agenzie di viaggio, murales e una vita notturna molto intensa.

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Una strada di Getsemaní, il quartiere più giovane e backpacker di Cartagena.

Pranziamo in uno dei ristorantini del quartiere spendendo pochi euro.

Nel pomeriggio torniamo ancora una volta nel centro storico.

Ormai conosciamo le strade principali, ma continuiamo a trovare angoli nuovi, cortili nascosti e piazze che durante il giorno sembrano completamente diverse rispetto alla sera.

Per cena scegliamo La Cevichería, uno dei ristoranti più conosciuti di Cartagena.

Mangiamo ceviche e pesce fresco, circondati dal rumore delle strade del centro.

È la nostra ultima notte in città e vogliamo sfruttarla fino alla fine.

Dopo cena iniziamo a girare tra i locali. Cartagena viene spesso chiamata la città della rumba e, almeno durante il nostro soggiorno, il soprannome sembra più che meritato.

La musica esce da ogni porta.

Si balla nei locali, nei cortili e in alcune piazze, le carrozze attraversano le vie illuminate mentre gruppi di persone si spostano da un bar all’altro.

Balliamo fino al mattino.

Cartagena di notte è rumorosa, sensuale e instancabile. Il caldo non diminuisce, le strade rimangono piene e il centro storico sembra non voler andare a dormire.

Noi nemmeno.

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Giorno 10: partenza per Bogotá

Dopo pochissime ore di sonno ci svegliamo, facciamo colazione e prepariamo gli zaini.

È arrivato il momento di lasciare Cartagena.

Prendiamo un taxi per l’aeroporto, spendendo circa tre euro.

Il volo per Bogotá parte con VivaColombia. Avevamo acquistato il biglietto online il giorno precedente, spendendo circa cinquanta euro.

In pochi minuti lasciamo il caldo dei Caraibi e ci prepariamo a raggiungere l’altopiano andino.

Quattro giorni e tre notti sono passati velocemente.

Cartagena ci ha mostrato molti volti diversi: la città coloniale, la fortezza, il quartiere backpacker, i grattacieli di Bocagrande, lo street food, i boutique hotel e le notti della rumba.

Non abbiamo fatto tutte le escursioni possibili, non siamo andati a Playa Blanca né alle Islas del Rosario. Non abbiamo partecipato alla Rumba en Chiva o alle feste in barca.

Eppure abbiamo avuto la sensazione di vivere intensamente la città.

Camminando, mangiando, ballando.

Perdendoci nelle sue strade.

Cartagena è una città che non si limita a essere visitata. Ti entra dentro attraverso il caldo, la musica, i colori e quella continua sovrapposizione tra storia e vita quotidiana.

Mentre l’aereo si prepara al decollo, una cosa è già chiara.

Il fascino che avevamo immaginato prima di arrivare era reale.

Forse persino più forte.

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