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13/10/12 – Giorno 12 – Tappa 12 – Arambol – Mapusa – Hampi
14/10/12 – Giorno 13 – Tappa 13 – Hampi
15/10/12 – Giorno 14 – Tappa 14 – Hampi – Panaji

Dopo due notti ad Arambol, lasciamo il mare di Goa e cambiamo ancora una volta scenario.

La pausa sulla spiaggia ci era servita. Dopo Delhi, Varanasi, Khajuraho, Agra e Jaipur avevamo bisogno di rallentare, respirare un po’ e togliere dalla testa il rumore continuo delle città del Nord India.

Però Arambol non ci aveva conquistato del tutto.

Forse il tempo coperto, forse il mare non proprio come ce lo aspettavamo, forse la sensazione che quella Goa hippy e selvaggia fosse già un po’ cambiata. Così decidiamo di ripartire.

Entriamo in un’agenzia, compriamo il biglietto per Hampi e nel pomeriggio ci spostiamo verso Mapusa, da dove parte l’autobus notturno.

Il viaggio è lungo, scomodo, come spesso succede in India, ma ormai ci avevamo fatto quasi l’abitudine. I mezzi non erano solo un modo per arrivare da qualche parte. Erano parte integrante del viaggio: stazioni, bus, attese, zaini, sonno spezzato, sedili scomodi e quella sensazione continua di muoversi dentro un Paese enorme.

Dopo una notte passata in autobus, arriviamo la mattina presto a Hampi e appena arriviamo capiamo subito che ne è valsa la pena.

Uno scorcio tranquillo del fiume che delimita il sito di Hampi, con grandi massi levigati, piccole attività lungo la riva e il paesaggio aperto del Karnataka sullo sfondo.

Arrivo a Hampi

Hampi si trova nel nord del Karnataka ed è oggi un villaggio piccolissimo, con poche migliaia di abitanti. Eppure, camminando tra le sue rovine, è difficile credere che questo posto sia stato solo un villaggio.

Hampi era l’antica capitale dell’impero Vijayanagara, uno degli imperi più potenti dell’India peninsulare.

Oggi le sue rovine sono patrimonio mondiale dell’UNESCO e continuano a essere un importante centro religioso, storico e architettonico.

Il primo impatto è stranissimo.

Non è una città monumentale ordinata come Agra, non è un luogo sacro e durissimo come Varanasi, non ha nemmeno il caos di Jaipur o Delhi.

Hampi sembra un mondo a parte.

Rovine, templi, massi enormi, palme, banani, colline di pietra, il fiume Tungabhadra e una luce secca, quasi irreale. Tutto sembra sparso in modo casuale, ma allo stesso tempo ogni cosa pare stare esattamente dove deve stare.

L’antica capitale dell’impero Vijayanagara

Nel Cinquecento Hampi era una delle città più importanti e ricche dell’India.

Era la capitale dell’impero Vijayanagara, un centro potente, liberale, cosmopolita e aperto ai viaggiatori. Anche se era la capitale di un impero induista, il culto di altre religioni era permesso e chi arrivava da fuori veniva accolto con grande apertura.

Si racconta che il mercato fosse pieno di rubini, diamanti, perle, zaffiri e rose.

Immaginare tutto questo oggi, camminando tra pietre, templi crollati e resti di palazzi, fa un certo effetto.

Nel 1565 l’impero venne sconfitto e la città fu devastata. Dopo anni di distruzione, elefanti, saccheggi e abbandono, di quella grande capitale rimasero solo rovine.

Ma che rovine,ancora oggi Hampi conserva una forza incredibile, non è un sito morto, non è solo archeologia.

È un paesaggio vivo, spirituale, magnetico, dove la storia sembra essersi fermata tra le rocce.

La foto mostra una torre templare di Hampi che si alza sopra il complesso monumentale, con le colline rocciose sullo sfondo e tutta l’atmosfera sacra e antica del sito.

Templi, rovine e paesaggi incredibili

Il sito di Hampi è delimitato da un lato dal fiume Tungabhadra e circondato da colline sugli altri lati.

Questa posizione rende tutto ancora più scenografico, da una parte l’acqua, dall’altra i massi enormi, poi templi, palme, campi, rovine e sentieri. Ogni angolo sembra diverso dal precedente.

Tra le cose più importanti da vedere c’è il tempio di Vitthala, uno degli edifici religiosi più grandiosi del sito e uno dei migliori esempi dell’arte e dell’architettura Vijayanagara.

Le colonne, le piattaforme, i dettagli scolpiti e l’intera struttura raccontano ancora la grandezza di quella civiltà.

Disseminati in circa venti chilometri quadrati si trovano templi, scuderie, resti di palazzi, stalle per gli elefanti sacri, statue gigantesche e piccoli santuari.

Non c’è un ordine immediato. o almeno, non lo percepisci subito.

All’inizio sembra tutto sparso, poi, camminando, ti rendi conto che il modo migliore per vivere Hampi non è correre da un monumento all’altro, ma lasciarsi prendere dal paesaggio.

Un’inquadratura dall’alto che fa capire bene l’ampiezza di Hampi, con edifici sparsi, sentieri, vegetazione tropicale e un tempio che emerge in lontananza nel mezzo del paesaggio.

Hampi a piedi e in bicicletta

Hampi andrebbe vissuta lentamente, a piedi, in bicicletta, senza troppa fretta.

Il paesaggio è pieno di banani, palme da cocco, rocce tondeggianti e sentieri che collegano templi e rovine. Ogni tanto spunta una statua, un piccolo santuario, una scalinata, un arco o un edificio mezzo crollato.

Qui si possono vedere le grandi statue di Ganesh, il dio dalla testa di elefante, e l’enorme lingam del tempio di Virupaksha.

Hampi non è solo bella, è strana e questa, per me, è una qualità enorme.

Ha qualcosa di primitivo e sacro insieme. Sembra un luogo uscito da un racconto antico, una specie di paesaggio lunare con dentro templi induisti, pellegrini, viaggiatori e villaggi.

Il mio consiglio, col senno di poi, è di fermarsi almeno tre o quattro giorni, noi purtroppo non lo facciamo.

Avevamo già comprato il biglietto del bus ad Arambol e ci eravamo organizzati per tornare verso Goa. Errore nostro, perché Hampi meritava più tempo, molto più tempo.

La calma di Hampi

A Hampi quasi tutti i locali sono vegetariani, l’alcool è bandito, così come qualsiasi tipo di droga.

Dopo Goa, dove l’atmosfera era completamente diversa, questa cosa si sente subito.

Il ritmo cambia ancora.

Non ci sono feste sulla spiaggia, non ci sono locali con musica a palla, non c’è il mito hippy di Arambol, qui c’è silenzio, calma, pietre, fiume. templi.

Quando sei stanco, puoi fermarti lungo il Tungabhadra, facendo attenzione ai coccodrilli, oppure sederti in qualche locale tranquillo all’ombra. Uno dei posti che ricordo con più piacere è il Mango Tree Restaurant, perfetto per riposarsi, leggere qualcosa e guardare il paesaggio senza fare nulla.

E dopo giorni di spostamenti, questa possibilità di non fare nulla diventa quasi un regalo.

Hampi ci sorprende, non pensavamo fosse così affascinante, così tranquilla, così diversa dal resto del viaggio.

Arrivavamo dal Nord India, dal caos, dai treni, dalle città sacre, dal Taj Mahal, dal Rajasthan e dal mare di Goa. Qui invece troviamo un posto che sembra vivere fuori dal tempo.

Uno di quei luoghi in cui capisci subito che due giorni non bastano.

Da Hampi verso Panaji

La mattina ci svegliamo ancora con quella sensazione di voler restare, Hampi ci ha preso più del previsto.

Forse perché non ce lo aspettavamo, forse perché dopo tante città dure e intense avevamo bisogno di un posto così, forse perché certi paesaggi ti entrano dentro senza fare rumore.

Passiamo le ultime ore tra le rovine e il villaggio, poi ci prepariamo a ripartire; lasciamo Hampi dispiaciuti.

Avevamo programmato poco tempo e ce ne rendiamo conto proprio quando ormai dobbiamo andare via. È uno di quei posti dove sarei rimasto tranquillamente qualche giorno in più, girando in bicicletta, camminando tra le rovine, leggendo vicino al fiume e lasciando passare il tempo.

Invece saliamo sull’autobus e torniamo verso Goa, la prossima tappa sarà Panaji, la capitale dello stato di Goa, con un’atmosfera ancora diversa: più portoghese, più urbana, più coloniale.

L’India, ancora una volta, cambia faccia e noi continuiamo a seguirla.

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