Birmania: Dal lago Inle a Kinpun passando per Bago – Giorni 11-12
Diario Birmania – Tappa 11
Puntuali alle 18 lasciamo il Lago Inle e tutta la sua magia, destinazione Kinpun passando per Bago.
E non è solo un trasferimento.
Questo pezzo di viaggio è un passaggio strano, quasi simbolico, tra due Birmanie completamente diverse. Da una parte lasciamo il Lago Inle, ancora tutto acqua, silenzio, barche, palafitte, risaie e quella calma un po’ sospesa che ci aveva accompagnato negli ultimi giorni. Dall’altra ci stiamo avvicinando al Golden Rock, uno dei luoghi più sacri e venerati del Paese, fatto di pellegrinaggio, fede, salita, fatica e atmosfera religiosa.
Insomma, lasciamo l’acqua e andiamo verso la montagna, lasciamo il lago e andiamo verso la roccia, lasciamo la magia lenta del Lago Inle e ci prepariamo a entrare in una Birmania più spirituale, più fisica, più intensa.
Il piano, almeno sulla carta, è semplice: bus notturno dal Lago Inle a Bago, poi da lì altro bus per Kinpun, il villaggio più vicino alla Roccia d’Oro. Sulla carta, appunto.
Dal Lago Inle a Bago in bus notturno
Partiamo da Nyaungshwe nel tardo pomeriggio, ancora con addosso le immagini del Lago Inle.
I pescatori con il remo sulla gamba, i villaggi su palafitte, le donne che lavano i capelli nei canali, le risaie, il tofu, la Red Mountain Estate, le strade sterrate, i monasteri.
Il Lago Inle ci aveva preso in un modo diverso da Bagan. Meno spettacolare, forse, ma più intimo. Più silenzioso. Uno di quei posti che non ti travolge subito, ma poi quando te ne vai ti accorgi che qualcosa ti è rimasto addosso.
Ora però si cambia tutto.
Il Golden Rock è un’altra storia. È pellegrinaggio, devozione, sudore, salita e fede. E noi abbiamo deciso, come sempre con grande intelligenza, di non prendere il camion fino in cima, ma di andarci a piedi.
Ma prima bisogna arrivare a Kinpun.
Il bus viaggia tutta la notte. Noi proviamo a dormire come si può, cioè male. Un po’ per le curve, un po’ per le soste, un po’ per l’aria condizionata, un po’ perché nei bus notturni asiatici non dormi mai davvero: entri in una specie di limbo dove non sai se hai chiuso gli occhi per dieci minuti o per tre ore.
Arrivo a Bago nel cuore della notte
Il bus dovrebbe arrivare a Bago verso le 4 del mattino.
Da lì dovremmo prendere un altro bus per Kinpun. I primi autobus partono alle 7, quindi, nella peggiore delle ipotesi, ci aspettano tre ore per strada.
Però noi siamo ottimisti. O meglio, siamo realisti alla birmana.
Pensiamo: “ti pare che un bus notturno non faccia almeno un paio d’ore di ritardo?”
E invece no. Alle 3:50 ci svegliano e ci fanno scendere.
Siamo a Bago. Notte fonda, zaini addosso, occhi gonfi, cervello ancora sul sedile del bus e davanti a noi una tavola calda tipica birmana aperta tutta la notte. In quel momento ci sembra quasi un miracolo.
Tre ore in una tavola calda birmana
Entriamo in questa tavola calda con la stessa eleganza di due reduci.
Dentro c’è già vita. Tavolini, luci, odori di cucina, gente che entra ed esce, camerieri svegli come se fossero le dieci del mattino e noi che cerchiamo solo un posto dove appoggiare gli zaini e rimettere insieme le idee.
Riusciamo anche a comprare lì i biglietti per Kinpun: 7 dollari, partenza alle 7.
Perfetto. A questo punto non resta che aspettare.
E qui bisogna dire una cosa: in Birmania capita spesso che gli autobus notturni tra una località turistica e l’altra arrivino nel cuore della notte. All’inizio sembra una follia, soprattutto se sei abituato a ragionare all’europea, con orari comodi, stazioni illuminate e tutto più o meno organizzato.
Lì no. Arrivi alle quattro del mattino e ti arrangi.
Però non è un arrangiarsi cattivo. Troverete quasi sempre qualcuno che vi indica dove aspettare, un monastero aperto, una tavola calda, una guesthouse, un angolo tranquillo, il bus giusto.
Questo è uno degli aspetti che più ci ha colpito della Birmania.
Noi italiani spesso partiamo con quello stereotipo un po’ tossico che appena metti piede fuori casa qualcuno voglia fregarti, rubarti qualcosa o spillarti soldi. Poi viaggi e scopri che, in tantissime parti del mondo, c’è gente che vuole solo aiutarti, fare due chiacchiere o capire cosa ci faccia uno con lo zaino, mezzo addormentato, dall’altra parte del pianeta.
E i birmani, da questo punto di vista, sono uno dei popoli più aperti, gentili, socievoli e affidabili che abbiamo incontrato.
L’alba a Bago
Alla fine quelle tre ore nella tavola calda diventano una delle piccole parentesi belle del viaggio.
Fuori Bago comincia lentamente a svegliarsi. La città passa dalla notte al mattino senza fare rumore. Arrivano uomini che vanno al lavoro, donne che si fermano per qualcosa da mangiare, persone che bevono tè, motorini, biciclette, voci basse, odore di colazione, strade ancora mezze vuote.
Noi siamo lì, stanchi e assonnati, ma contenti di stare fermi a guardare.
E proprio mentre la città si rimette in moto, ci capita davanti una delle immagini più belle della mattina: la processione dei monaci e dei novizi.
In fila indiana, ordinati e silenziosi, iniziano la giornata andando a raccogliere le offerte per le strade della città.
Sono momenti semplici, non cercati, non organizzati, non messi in programma. E forse proprio per questo restano addosso.
Bago, per noi, non è stata una vera tappa turistica. È stata un passaggio. Una pausa tra il Lago Inle e il Golden Rock. Però in quelle tre ore all’alba ci ha regalato una scena bellissima, di quelle che raccontano la Birmania meglio di tante visite organizzate.
Da Bago a Kinpun
Verso le 8 passa finalmente il nostro bus per Kinpun.
Saliamo, ripartiamo e dopo circa quattro ore arriviamo nel villaggio che sarà la nostra base per il pellegrinaggio alla Roccia d’Oro.
Kinpun è un piccolo villaggio ai piedi del Monte Kyaiktiyo. Non è un posto spettacolare, almeno al primo impatto, però ha un ruolo preciso: è il punto di partenza per salire al Golden Rock.
La città, se così vogliamo chiamarla, si sviluppa praticamente intorno alla stazione dei bus. Qualche casa, due ristoranti, un paio di guesthouse, bancarelle, camion in partenza e pellegrini che vanno e vengono.
Siamo a circa venti minuti da Kyaiktiyo, a tre ore da Bago e a cinque da Yangon.
Arriviamo stanchi, ma contenti.
La nostra guesthouse è carina, con dei bungalow e un grande giardino. Dopo una notte in bus, tre ore in una tavola calda e un altro viaggio fino a Kinpun, ci sembra un piccolo paradiso.
Kinpun, la porta del Golden Rock
Per arrivare in cima al Monte Kyaiktiyo ci sono due possibilità.
La prima è prendere i classici camion con i sedili dietro, che fanno avanti e indietro tra Kinpun e la zona del Golden Rock. Si arrampicano per circa 16 km di strada in mezz’ora, partendo dalla mattina presto.
La seconda possibilità è fare il pellegrinaggio a piedi.
Circa 11 km di salita, più o meno quattro ore di cammino. Secondo voi cosa scegliamo noi? Ovviamente la seconda.
Perché prendere un camion comodo quando si può sudare, arrancare, maledire le proprie scelte e arrivare in cima con le gambe distrutte?
Decidiamo quindi di partire la mattina dopo e di usare il resto della giornata per riposarci, capire bene il percorso e goderci un po’ Kinpun.
Un pomeriggio a Kinpun
Kinpun, in quel periodo, è quasi senza turisti.
Siamo ancora nella stagione delle piogge e il villaggio sembra vivere in una specie di attesa. Non succede molto, ma proprio questo lo rende piacevole.
Passiamo il pomeriggio tra una birra, qualche chiacchiera per informarci sulla salita del giorno dopo, il biglietto per Yangon e un po’ di osservazione del piccolo mondo intorno a noi.
A un certo punto ci fermiamo a guardare alcuni ragazzi del posto che, appena finiscono di lavorare, iniziano a giocare con una piccola pallina di legno.
Palleggiano per ore. Scalzi, precisi, leggeri, con colpi impossibili. Uno di quei giochi che a guardarli sembrano facili, poi provi due secondi e capisci che tu sei nato per sederti e bere birra.

E anche questo fa parte del viaggio.
Non solo le pagode, non solo i luoghi sacri, non solo i grandi nomi. Anche un cortile, una pallina di legno, quattro ragazzi che giocano e tu che li guardi senza fretta.
La sera prima del pellegrinaggio
A Kinpun la sera arriva presto.
Piano piano tutti spariscono. I negozi chiudono, il villaggio si svuota, alle 18 si cena e alle 20 siamo praticamente pronti per dormire.
Fuori, intanto, si scatena il diluvio universale. Piove forte, ma forte davvero. Una di quelle piogge che ti fanno pensare: “Domani dobbiamo camminare quattro ore in salita. Ottima idea.”
Però ormai la decisione è presa. Il Golden Rock è lì sopra, da qualche parte tra la montagna, le nuvole e la fede di migliaia di pellegrini.
Noi siamo arrivati fino a Kinpun proprio per questo. Abbiamo lasciato l’acqua calma del Lago Inle e ci siamo avvicinati alla roccia sacra. Ora manca solo la salita.
Domani si cammina. O almeno, facciamo finta di essere pronti.

