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Panaji

15/10/12 – Giorno 14 – Tappa 14 – Hampi – Panaji
16/10/12 – Giorno 15 – Tappa 15 – Panaji
17/10/12 – Giorno 16 – Tappa 16 – Panaji e Old Goa
18/10/12 – Giorno 17 – Tappa 17 – Panaji
19/10/12 – Giorno 18 – Tappa 18 – Goa – Delhi
20/10/12 – Giorno 19 – Tappa 19 – Delhi – Roma

Dopo Hampi, il viaggio in India inizia lentamente ad avvicinarsi alla fine.

Lasciamo alle spalle le rovine, i templi, il fiume Tungabhadra, i paesaggi di pietra e quella calma stranissima che Hampi ci aveva regalato, avremmo voluto fermarci di più, ma ormai il biglietto era fatto e il programma ci riportava verso Goa.

Passiamo un’altra notte in autobus, ormai, dopo treni, aerei interni, taxi collettivi, tuk tuk, bus locali e camminate infinite, anche dormire male su un mezzo in movimento sembrava quasi normale.

L’India ci aveva completamente cambiato il concetto di spostamento, ogni tratta era diventata un piccolo viaggio dentro il viaggio.

Arriviamo alla stazione degli autobus di Panaji verso le sette del mattino.

Siamo stanchi, un po’ stropicciati, con gli zaini addosso e tre giorni davanti prima del rientro verso Delhi.

Arrivo a Panaji

Panaji è la capitale dello stato di Goa.

Dopo il caos del Nord India, dopo Varanasi, Jaipur, Agra e Hampi, arrivare qui è un altro cambio di atmosfera. Non siamo più nella Goa da spiaggia di Arambol, con gli ex hippy, i locali sul mare e i viaggiatori europei in motorino.

Panaji è più cittadina, più tranquilla, più portoghese, più ordinata; il problema, appena arrivati, è trovare un posto dove dormire.

Giriamo per un paio d’ore con gli zaini, entrando e uscendo da guesthouse e piccoli alberghi. Alcuni sono pieni, altri ci dicono di ripassare dopo le dieci, altri ancora costano troppo per il nostro budget.

La stanchezza inizia a farsi sentire.

A un certo punto, da un balcone, un signore ci chiama, ci dice di entrare nella sua casa, perché ha un piccolo bed and breakfast; lo seguiamo.

Il posto è semplice ma molto piacevole. La nostra camera si trova dentro la loro casa, dove lui vive insieme a una decina di parenti. Non è un hotel vero e proprio, è più una casa di famiglia con qualche stanza libera, e proprio per questo ci piace subito.

Appoggiamo gli zaini e finalmente possiamo fermarci.

Panaji, un’altra Goa

Panaji si trova sulle rive del fiume Mandovi ed è una città molto diversa da tutto quello che avevamo visto fino a quel momento in India.

Qui il ritmo è più lento, le strade sono più ordinate.

L’atmosfera portoghese si vede ovunque: nelle case, nei balconi, nei tetti rossi, nelle chiese, nei colori, in certi dettagli delle facciate e perfino nei volti delle persone.

Fedeli e visitatori davanti alle grandi chiese di Old Goa, tra religione, storia coloniale e vita quotidiana.

Panaji non è una città spettacolare nel senso classico del termine: non ti travolge, non ti aggredisce, non ti mette alla prova come Delhi o Varanasi.

Ti accompagna con calma.

Ci sono viali fiancheggiati da alberi, una passeggiata ordinata lungo il fiume, chiese bianche, edifici coloniali, case colorate e una vita locale molto tranquilla. Dopo quasi due settimane di India intensa, questa normalità ci sembra quasi un regalo.

Rimaniamo nella capitale di Goa senza grandi programmi, passeggiamo, ci fermiamo a bere tè, entriamo nei piccoli locali.

Guardiamo la città scorrere lentamente, il bello di Panaji è proprio questo: non ti obbliga a rincorrere nulla.

La vita lenta di Panaji

Nei tre giorni che restiamo qui, ci godiamo una Goa diversa.

Stiamo molto anche nella casa dove dormiamo. Parliamo con il proprietario, osserviamo i suoi nipoti fare i compiti, guardiamo la vita quotidiana della famiglia, quella fatta di gesti semplici e tempi normali.

Dopo tanti posti enormi, sacri, famosi o faticosi, questa dimensione domestica ci fa bene.

Panaji ci dà la possibilità di chiudere il viaggio senza correre.

Camminiamo lungo il fiume Mandovi, andiamo di quartiere in quartiere, prendiamo autobus quasi a caso, proviamo piatti locali, cerchiamo posti dove bere qualcosa e ci lasciamo portare da un ritmo molto più morbido.

La cucina di Goa, poi, è una delle parti più interessanti.

Qui l’influenza portoghese si sente anche a tavola. Pesce, spezie, curry, sapori più morbidi e piatti diversi da quelli assaggiati nel Nord India. Dopo giorni di thali, riso, chai, street food e pasti improvvisati, mangiare a Goa diventa quasi una piccola esplorazione dentro l’esplorazione.

Old Goa, le chiese portoghesi e un’India diversa

Una giornata la dedichiamo a Old Goa, l’antica capitale portoghese.

Da Panaji partono autobus molto frequenti, più o meno ogni dieci minuti, e in circa mezz’ora si arriva.

Old Goa è un posto stranissimo da vedere in India.

Dopo templi induisti, ghat, città rosa, mausolei moghul e rovine dell’impero Vijayanagara, trovarsi davanti grandi chiese del Cinquecento fa un certo effetto.

Sembra quasi di essere entrati in un pezzo di Portogallo tropicale, appoggiato nel cuore dell’India.

Panaji, capitale di Goa, con la sua atmosfera portoghese, le chiese bianche e le palme.

Qui si trovano alcune delle testimonianze più importanti della presenza portoghese in India: la Cattedrale di Sé, la Chiesa di San Francesco d’Assisi, la Chiesa di San Caetano e soprattutto la Basilica di Bom Jesus, dove sono conservate le reliquie di San Francesco Saverio.

Il bianco delle facciate, le grandi navate, le piazze aperte, i prati, le palme, l’architettura coloniale: tutto racconta un’altra pagina della storia indiana.

La cosa che colpisce di più è proprio il contrasto, in India ogni zona sembra avere un’identità fortissima e diversa dalla precedente. Delhi non assomiglia a Varanasi. Varanasi non assomiglia a Khajuraho. Khajuraho è lontanissima da Jaipur. Goa, poi, sembra ancora un altro mondo.

Old Goa aggiunge un ulteriore strato: religione cristiana, passato coloniale, architettura europea, caldo tropicale, palme e fedeli indiani in fila davanti alle chiese.

È un miscuglio strano, ma molto affascinante.

Ultimi giri a Goa

Il giorno dopo non abbiamo un programma vero.

Andiamo alla stazione degli autobus e prendiamo il primo mezzo che capita, senza pensarci troppo. Finisce per essere una piccola escursione tra paesini non molto distanti da Panaji.

Niente di spettacolare, nessun monumento imperdibile.

Solo strade, case, gente, piccoli bar, autobus locali, fermate improvvisate e quella vita quotidiana che spesso, alla fine di un viaggio, ti interessa quasi più delle attrazioni principali.

A volte basta andare in un paese qualsiasi, scendere, bere un tè o una birra, guardarsi intorno e poi ripartire.

È un modo semplice di viaggiare, ma a me piace molto.

Panaji e i dintorni ci accompagnano così verso la fine del viaggio: senza grandi colpi di scena, ma con una calma che forse ci serviva.

L’India ci aveva dato tantissimo, ma ci aveva anche consumato.

Arrivare agli ultimi giorni in un posto più lento ci permette di rimettere insieme i pensieri, sistemare lo zaino, riguardare mentalmente le tappe fatte e prepararci al ritorno.

Roma sembrava lontanissima, allo stesso tempo, il viaggio stava davvero finendo.

Panaji

Anche negli ultimi giorni di viaggio, l’India continua a mostrarsi nei suoi contrasti più quotidiani.

Da Goa a Delhi

Il penultimo giorno ci alziamo presto.

Prepariamo gli zaini, salutiamo la famiglia del bed and breakfast e andiamo verso l’aeroporto di Dabolim.

Il volo interno ci riporta a Delhi; 13:40 – 16:40.

È strano tornare dove tutto era iniziato.

La prima volta Delhi ci aveva colpito come uno schiaffo: traffico, caldo, gente ovunque, rumore, odori, confusione, Paharganj, Main Bazar, stazione, taxi, clacson, mucche e quella sensazione netta di essere entrati in un altro mondo.

Dopo quasi tre settimane, invece, la guardiamo in modo diverso.

Non perché sia diventata facile, Delhi resta Delhi.

Siamo noi a essere cambiati un po’.

Abbiamo attraversato Varanasi e il Gange, Khajuraho e i suoi templi, Agra e il Taj Mahal, Jaipur e il Rajasthan, Arambol e il mare di Goa, Hampi e le sue rovine, Panaji e Old Goa.

Ogni posto ci ha lasciato qualcosa, alcuni ci hanno affascinato, altri ci hanno stancato, qualcuno ci ha quasi travolto.

Ma tutti, in un modo o nell’altro, hanno costruito questo primo viaggio in India.

Ritorno a Roma

L’ultimo giorno prendiamo il volo di ritorno, partiamo alle 14:00 e arriviamo alle 18:50.

Il viaggio finisce così, con uno zaino più sporco, la testa piena di immagini e quella sensazione che solo certi Paesi riescono a lasciarti addosso.

L’India non è stata un viaggio semplice, non è stata comoda, non è stata rilassante, non è stata sempre bella nel senso facile del termine.

A volte ci ha stancato, confuso, spiazzato e messo davanti a cose difficili da guardare.

In altri momenti, però, ci ha regalato immagini che non si dimenticano: il Gange a Varanasi, il Taj Mahal nella luce del mattino, le sculture di Khajuraho, il caos di Jaipur, il tramonto ad Arambol, i massi e le rovine di Hampi, le chiese bianche di Old Goa.

Forse questo primo viaggio non è stato perfetto, anzi, sicuramente non lo è stato.

Troppi spostamenti, poco tempo, distanze enormi, alcune decisioni prese di corsa, qualche tappa vissuta troppo rapidamente.

Però è stato nostro.

Zaino in spalla, senza troppe certezze, con tanti cambi di programma e la voglia di vedere il più possibile di una nazione impossibile da contenere in un solo viaggio.

Dell’India ho capito una cosa: non la chiudi mai davvero, puoi tornare a casa, certo.

Puoi mettere via le foto, scrivere gli articoli, raccontare le tappe, sistemare i ricordi.

Ma lei resta aperta, come una domanda, come un rumore lontano, come un odore che ogni tanto ti torna in mente.

Come un posto che, prima o poi, ti richiama.

E forse è proprio questo il suo modo di non finire.

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