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Nepal scritta

La risposta più semplice è una sola: volevamo vedere con i nostri occhi la gloriosa, magica e potente dimora delle nevi.

L’Himalaya: l’Olimpo di tutti gli dei della natura.

Volevamo arrivare fin lì per rendere omaggio a quei paesaggi e a quelle vette che salgono verso il cielo, più su delle nuvole. Montagne immense, perfette, quasi irreali. Armonia e poesia allo stato puro.

Allo stesso tempo, però, l’Himalaya è anche qualcosa di oscuro e inafferrabile. Un mondo bellissimo e spietato, capace di regalarti emozioni enormi, ma anche di prenderti e portarti via in un solo secondo.

Ritrovarmi a più di 4000 metri, al campo base dell’Annapurna, seduto per terra con tutta la catena himalayana intorno, è stata una delle esperienze più forti della mia vita.

Davanti a quelle vette di oltre 7000 metri, dentro una cornice così perfetta da sembrare quasi artificiale, ho capito una cosa semplice: l’uomo, con tutta la sua tecnologia e la sua intelligenza, è niente davanti all’architettura della natura.

Siamo partiti per il Nepal perché volevamo fare un trekking di diversi giorni, partire da Pokhara, salire il più possibile con le nostre gambe e poi tornare giù.

Era una sfida, prima di tutto contro noi stessi. Non avevamo paura, ma rispetto sì. Rispetto per la quota, per la fatica, per il clima e per una natura che non puoi comandare.

Alla fine il Nepal è stata un’esperienza fisica ed emotiva, a tratti quasi primordiale, lontana da tutto il superfluo della nostra vita quotidiana.

Camminare verso l’Annapurna Base Camp ci ha lasciato poche cose essenziali: il passo, il fiato, la salita, il freddo, la stanchezza, la bellezza.

E quella sensazione rara di sentirsi piccoli davanti al mondo, ma incredibilmente vivi.

Racconto di viaggio

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