Nepal: Annapurna Base Camp, Hot Spring e ritorno a Pokhara – Giorni 4, 5 e 6 del trekking Annapurna
- Trekking Annapurna Base Camp: Giorni 4, 5 e 6
- Nel viaggio in Nepal: Giorni 8, 9 e 10
- Date: 03/12/13, 04/12/13 e 05/12/13
- Percorso: Deurali – Machapuchare Base Camp – Annapurna Base Camp – Bamboo – Chhomrong – Jhinu Danda – Nayapul – Pokhara
Ci sono giornate che, mentre le vivi, capisci subito che ti resteranno dentro.
Non perché siano comode, non perché siano leggere e nemmeno perché vada tutto come avevi immaginato.
Ti restano dentro perché ti mettono alla prova, ti svuotano, ti stancano, ti emozionano e alla fine ti lasciano addosso quella sensazione strana di aver fatto qualcosa che, prima di partire, sembrava quasi più grande di te.
Il quarto giorno del trekking verso l’Annapurna Base Camp è stato così.
Una di quelle giornate in cui parti con il freddo addosso, il fiato corto per l’emozione, lo zaino lasciato al lodge, la macchina fotografica al collo e una sola idea in testa: arrivare finalmente davanti all’Annapurna.
Dopo tre giorni di cammino, gradini, sudore, saliscendi, lodge freddi, dal bhat, tè bollente e mappe aperte sui tavoli, eravamo arrivati a Deurali, a circa 3.200 metri.
Da lì mancava l’ultimo tratto, il più atteso, quello che dà un senso a tutto il trekking.
Giorno 4 trekking – da Deurali all’Annapurna Base Camp
- 03/12/13 – Giorno 4 del trekking
- Percorso: Deurali 3.200 m – Machapuchare Base Camp 3.700 m – Annapurna Base Camp 4.130 m – ritorno verso Deurali, Himalaya, Dobhan e Bamboo
- Quota massima: Annapurna Base Camp 4.130 m
- Tempo Deurali – MBC: circa 1 ora e 30 / 2 ore
- Tempo MBC – ABC: circa 1 ora / 1 ora e 30
- Giornata complessiva: molto lunga e faticosa, soprattutto per la discesa fino a Bamboo

Ci svegliamo presto, fuori è tutto ghiacciato.
La notte, però, è passata bene. Con due coperte, il sacco a pelo e l’abbigliamento termico, siamo riusciti a dormire al caldo, nonostante la stanza fredda e l’aria gelida che entrava da ogni fessura.
Partiamo verso le 7, sotto i pantaloncini mettiamo la calzamaglia. Sopra indossiamo giacca pesante, guanti e cappello.
C’è il sole, ma fa freddo. Un vento secco taglia la faccia e ti ricorda subito che non siamo più nei villaggi bassi del trekking.
Lasciamo quasi tutto al lodge e portiamo solo la reflex.
La strada sale, ma in modo più dolce rispetto ai giorni precedenti. I gradoni sono spariti. Si cammina dentro una valle aperta, con la vegetazione ormai sempre più rada, rocce, ghiaccio, ruscelli e montagne che iniziano a stringersi intorno a noi.
Per tre giorni abbiamo sudato tra boschi, scalinate e villaggi, ora finalmente il paesaggio diventa quello che avevamo immaginato prima di partire: Himalaya vero.

Machapuchare Base Camp
In circa un’ora e mezza arriviamo al Machapuchare Base Camp, a circa 3.700 metri.
Il nome fa già venire i brividi, Machapuchare, la montagna sacra, il Fishtail, una delle cime più riconoscibili e affascinanti del Nepal.
Ci fermiamo poco, due foto, un tè caldo, uno sguardo intorno e poi ripartiamo.
Non vediamo l’ora di arrivare al punto in cui la valle si apre davvero, dove finalmente si può vedere tutta la catena dell’Annapurna intorno.
Fino a quel momento, durante il trekking, avevamo intravisto solo alcune cime, mai tutto insieme, mai quell’immagine enorme che avevamo sognato per mesi.
Più saliamo, più fisicamente stiamo bene, la strada continua dolce, tra cespugli bassi, ruscelli, steppa d’alta quota e qualche trekker che scende.
Non c’è quasi nessuno, il silenzio è assoluto.

Dal Machapuchare Base Camp l’Annapurna Base Camp sembra ormai vicino.
Arrivo all’Annapurna Base Camp
Poi, all’improvviso, succede.
Dopo circa un’ora e un quarto dal MBC, il sole spunta da dietro le montagne. Il vento sembra sparire. Alziamo gli occhi e vediamo il cartello.
Siamo arrivati all’Annapurna Base Camp: 4.130 metri, settantadue ore dopo la partenza da Nayapul, più di 3.000 metri di dislivello guadagnati con le nostre gambe.
In quel momento il trekking smette di essere fatica e diventa emozione pura.

Il cartello dell’Annapurna Base Camp, a 4.130 metri.
Davanti a noi si apre un anfiteatro naturale gigantesco, una conca circondata da montagne altissime, pareti di roccia, ghiacciai, neve, cielo blu e silenzio.
Ci giriamo intorno e sembra quasi di essere intrappolati dentro una cattedrale naturale, solo che al posto delle colonne ci sono montagne di oltre 7.000 e 8.000 metri.
L’Annapurna I, l’Annapurna South, Hiunchuli, Machapuchare, Gangapurna, tutte lì, immobili, enormi, indifferenti.
Noi siamo ai loro piedi, piccoli, stanchi, felici e quasi increduli.

L’Annapurna Base Camp è un anfiteatro naturale circondato da montagne enormi.
Davanti all’Annapurna
Il campo base è quasi deserto, tranne due ragazzi che fanno freestyle con le BMX tra le rocce, siamo praticamente soli.
Una scena assurda, quasi irreale. Arrivi a piedi, dopo giorni di cammino, convinto di essere in un posto fuori dal mondo, e trovi qualcuno che salta tra le pietre con una bicicletta.
Nepal.
Il sole è forte, il cielo è pulito, non c’è una nuvola, fa quasi caldo.
Ci allontaniamo un po’ dal campo base, facciamo le foto di rito tra le bandierine nepalesi e poi, per qualche minuto, ognuno cerca il suo spazio.

Uno torna indietro.
Io rimango da solo, mi siedo per terra, davanti alle montagne, non penso a molto o forse penso a troppe cose insieme.
Alla fatica dei giorni precedenti, ai gradini, allo zaino, alla decisione di partire, alla paura di non farcela, al rispetto per questi luoghi, alla potenza della natura.
In quel momento capisci una cosa semplice: con tutta la tecnologia, l’intelligenza, l’ingegno e l’arroganza che abbiamo, davanti a certi posti siamo niente.
Ma proprio niente e non è una sensazione triste è quasi liberatoria.
Mi sdraio, chiudo gli occhi e per qualche minuto mi sembra di arrivare il più vicino possibile a quella cosa che gli induisti chiamano Nirvana.
Non sono un grande amante della montagna nel senso classico del termine.
Non sogno vette, corde, ramponi o imprese alpinistiche però so che questo momento resterà sempre dentro la mia memoria.
Uno di quei ricordi che non si scoloriscono.

La discesa: la vetta è solo metà del viaggio
Vorrei restare lì tutto il giorno, fermo, in silenzio a guardare cielo e montagne senza fare nient’altro.
Ma il campo base non è la fine del trekking è solo il punto più alto, ora bisogna scendere.
E la discesa, spesso, è più dura della salita.
Alle 13 siamo di nuovo a Deurali. Pranziamo, ci concediamo due birre al sole e poi ripartiamo verso il basso.
Passiamo Himalaya, Dobhan e continuiamo fino a Bamboo, la giornata diventa lunghissima.
Dopo l’emozione dell’ABC, le gambe iniziano a presentare il conto. Il ginocchio del mio compagno inizia a fare male e a tratti devo portare io lo zaino più pesante. La discesa martella muscoli, ginocchia, schiena e spalle.
Arriviamo a Bamboo verso le 16:30, siamo finiti, stremati, infreddoliti, sudati, con i vestiti addosso da troppe ore e la testa ancora lassù, tra le montagne.
Abbiamo camminato per quasi dieci ore, senza fermarci davvero, il corpo è distrutto, la mente no, la mente è ancora all’Annapurna Base Camp.
Notte a Bamboo
A Bamboo ci facciamo una doccia bollente e andiamo subito nella sala ristorante, per la prima volta in questi giorni il lodge è pieno di ragazzi e ragazze.
C’è quell’atmosfera bella dei posti di trekking: tutti stanchi, spettinati, infreddoliti, un po’ puzzolenti, ma con gli occhi felici.
Ordiniamo tè bollente e una bottiglia di rum, restiamo fino alle 21 a mangiare, bere e ridere con Babu e con altri viaggiatori che, come noi, hanno raggiunto l’ABC e sono scesi.
Oltretutto mangiamo bene, molto bene, alle 21:30 siamo a letto e crolliamo, ma i sogni, quella notte, tornano sempre lassù.
All’Annapurna.

Giorno 5 trekking – da Bamboo a Jhinu Danda e Hot Spring
- 04/12/13 – Giorno 5 del trekking
- Percorso: Bamboo 2.310 m – Sinuwa – Chhomrong – Jhinu Danda 1.780 m
- Cammino: circa 10/12 km
- Tempo di cammino: circa 4/5 ore
- Tappa finale: Jhinu Danda e Hot Spring
- Difficoltà: media, ma con gambe molto stanche dalla giornata precedente

Ci svegliamo presto, ma facciamo colazione con calma, partiamo verso le 7:30 insieme a molti degli altri ragazzi incontrati la sera prima, fa freddo e iniziamo a camminare spediti.
Dopo circa un’ora ci fermiamo a recuperare lo zaino lasciato nei giorni precedenti. Spunta il sole, inizia a fare caldo e improvvisamente sento arrivare tutta la stanchezza.
Non quella normale, quella profonda, quella che non riguarda solo le gambe, ma anche la testa.
Fino a quel momento il trekking era stato fatica, sì, ma anche adrenalina. Adesso l’adrenalina dell’ABC è passata e il corpo chiede il conto.
Il ritorno, a volte, è più difficile dell’andata, quando sali hai una meta davanti, quando scendi hai solo strada da fare.

Da Bamboo a Chhomrong
Anche oggi il tempo è bellissimo, in giro c’è molta gente, in entrambi i sensi: chi sale carico di entusiasmo verso l’ABC e chi scende con la faccia di chi ha già visto quello che doveva vedere.
All’andata questa parte era stata dura, al ritorno lo è ancora di più, le gambe vanno avanti quasi per inerzia.
A Chhomrong, invece di tornare verso Ghandruk, prendiamo la deviazione verso Jhinu Danda, si scende per circa 45 minuti su gradoni ripidi, alti, pesanti per le ginocchia.
Arriviamo a Jhinu Danda intorno a mezzogiorno e mezza, abbiamo camminato meno rispetto ad altri giorni, ma sono distrutto, la fatica dei giorni precedenti è tutta lì, nelle gambe e nella testa.
Jhinu Danda e il sole
Arrivati a Jhinu Danda ci spogliamo quasi letteralmente.
Restiamo in pantaloncini corti a prendere un sole fortissimo, con un panorama spettacolare davanti e quella sensazione meravigliosa di aver ormai superato la parte più dura.
Pranziamo, beviamo qualche birra, poi decidiamo di scendere alle famose hot spring, per arrivarci bisogna camminare ancora una ventina di minuti verso il fiume.
Ovviamente, dopo, bisognerà anche risalire ma in quel momento non ci interessa, l’idea dell’acqua calda è troppo forte.
Le Hot Spring di Jhinu Danda
Le hot spring di Jhinu Danda non sono terme eleganti, sono vasche semplici, vicino al fiume, con acqua calda naturale, ed è proprio questo il bello.
Dopo giorni di cammino, sudore, freddo, polvere, docce improbabili e vestiti sempre uguali, entrare in quell’acqua calda è una specie di rito di rinascita.

Le Hot Spring di Jhinu Danda, una pausa meritata dopo giorni di trekking.
Restiamo dentro quasi un’ora a mollo, rilassati, distrutti, felici, le gambe finalmente smettono di lamentarsi.
Il corpo si scioglie, la testa si svuota, per qualche minuto il trekking sembra quasi facile.
Poi, naturalmente, bisogna risalire e lì la poesia finisce un po’.
Notte a Jhinu Danda
La sera siamo stanchi morti, ceniamo presto e andiamo a dormire verso le 20, mi sveglio verso le 2:30.
Guardo fuori dalla finestra e resto una mezz’ora ad ammirare il cielo stellato.
Ancora una volta, sempre più bello, sempre più vicino, una delle cose che ricorderò di più di questo trekking non è solo l’Annapurna.
Sono anche le notti, il freddo, il silenzio, le stelle, le camere spartane, il respiro lento della montagna.
Giorno 6 trekking – da Jhinu Danda a Nayapul e ritorno a Pokhara
- 05/12/13 – Giorno 6 del trekking
- Percorso: Jhinu Danda 1.780 m – Himalpani – Nayapul 1.070 m – Pokhara 826 m
- Cammino: circa 12/14 km
- Tempo di cammino: circa 4 ore fino a Nayapul, poi taxi verso Pokhara
- Fine trekking: rientro a Pokhara

Ci svegliamo con il gallo, volevamo dormire un po’ di più, ma non c’è verso di farlo smettere.
Oggi abbiamo due possibilità: tornare verso Ghandruk per recuperare alcune cose lasciate il primo giorno, aggiungendo ore di salita, oppure andare diretti a Nayapul.
Per fortuna Babu ci dice che un suo amico è passato da Ghandruk e che troveremo tutto a Pokhara, la notizia viene accolta come se ci avessero appena regalato un volo in elicottero.
Partiamo verso l’ultimo tratto, il sentiero è più basso, più caldo, più abitato.
Si attraversano villaggi non più turistici ma locali, con campi coltivati, bufali, pecore, galline, papere, fontane, acqua ovunque e la vita quotidiana che riprende il posto dell’alta montagna.
I dirupi, i ruscelli, i saliscendi, i gradoni e le salite cattive stanno finendo, manca solo una lunga camminata verso Nayapul.
Fine del trekking
Non ce la faccio quasi più, mi fanno male spalle e ginocchia. Lo zaino oggi l’ho portato praticamente sempre io e ogni passo sembra più lungo del precedente.
Incontriamo i soliti turisti nel verso opposto, sono all’inizio del trekking, pieni di entusiasmo, dubbi, energia e paranoie.
Un po’ li invidio, un po’ proprio no.
Arriviamo a Nayapul dopo circa quattro ore di cammino quasi ininterrotto, il trekking è finito, mangiamo qualcosa, prendiamo un taxi e torniamo a Pokhara.
Siamo finiti, cotti, abbronzati, screpolati, puzzolenti, con la schiena a pezzi e senza energia nemmeno per fare mezzo passo.
Allo stesso tempo siamo felici, orgogliosi, contenti di non aver litigato mai, che per noi è già una piccola impresa.
Contenti per quello che abbiamo visto, per la fatica superata, per l’emozione vissuta, per l’esperienza fisica e mentale che ci siamo portati a casa.
Ritorno a Pokhara
Arriviamo al Pushpa Guesthouse, dove Raj ci accoglie come dei re, ci dà la camera, ci organizza i biglietti del bus per Kathmandu e ci invita a cena con la sua famiglia per festeggiare la buona riuscita del trekking.
Andiamo subito a lavarci e a chiamare casa, sono sei giorni che non abbiamo notizie.
Poi usciamo, beviamo un paio di birre, compriamo due bottiglie di vino e ci presentiamo puntuali alla cena.
Siamo io, il mio compagno di viaggio Dimitri, Babu, Raj, sua moglie, un altro fratello della famiglia e i bambini.
È una festa, mangiamo, beviamo, ridiamo, bevono tutti, anche troppo, così esco e compro altre due bottiglie di vino.
Facciamo foto, video, parliamo, poi presi dall’alcool qualcuno inizia a ballare e cantare con i bambini.
Lasciamo la mancia a Babu, che alla fine si è rivelato una persona fantastica: precisa, affidabile, discreta, allegra e matta quanto basta per stare bene con noi.
Più che una guida, un compagno di viaggio, verso le 23 loro vanno a dormire, noi usciamo ancora per bere due birre e ascoltare un po’ di musica rock.
Perché, in fondo, anche dopo l’Annapurna, siamo sempre noi.

Consigli pratici per questi ultimi giorni
La salita da Deurali all’Annapurna Base Camp non è tecnicamente difficile, ma la quota, il freddo e la lunghezza della giornata vanno rispettati.
Se avete tempo, dormire all’ABC può essere un’esperienza bellissima. Noi abbiamo scelto di salire e scendere nello stesso giorno per recuperare tempo e goderci un giorno in più a Pokhara, ma è stata una scelta fisicamente impegnativa.
Non sottovalutate la discesa. Le ginocchia lavorano tantissimo e la stanchezza arriva tutta insieme dopo l’emozione del campo base.
A Jhinu Danda vale la pena fermarsi per le hot spring. Non sono lussuose, ma dopo giorni di cammino sono perfette.
Tenete sempre qualcosa di caldo a portata di mano. Sopra i 3.000 metri, appena sparisce il sole, il freddo arriva velocemente.
Portate contanti fino alla fine. Anche negli ultimi villaggi servono soldi per mangiare, dormire, bere, fare la doccia o rientrare con taxi/jeep verso Pokhara.

Considerazioni finali sul trekking Annapurna Base Camp
Il trekking all’Annapurna Base Camp non è stato solo una camminata.
È stato un viaggio dentro la fatica, dentro il silenzio, dentro la semplicità e dentro la grandezza della natura.
Ci sono stati gradini infiniti, salite cattive, zaini troppo pesanti, docce fredde, camere gelide, tè bollenti, rum nel bicchiere, mappe spiegazzate, portatori instancabili, lodge spartani, cieli pieni di stelle e montagne che sembravano appartenere a un altro mondo.
L’Annapurna Base Camp non è il trekking più difficile del Nepal.
Non è il più remoto, non è nemmeno il più estremo, però ha qualcosa di completo.
Ti porta piano piano dai villaggi alla foresta, dalla foresta alla valle alta, dalla valle alta all’anfiteatro dell’Annapurna.
E quando arrivi lassù, a 4.130 metri, capisci che la meta non è solo il cartello del campo base.
Tutto insieme.
E forse è proprio questo il bello del trekking: quando finisce, non ti resta solo una foto davanti alle montagne; ti resta addosso il cammino intero.

