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AMS è l’acronimo inglese di Acute Mountain Sickness, cioè Mal di Montagna Acuto.

È una delle cose più importanti da conoscere quando si viaggia, si cammina o si fa alpinismo in alta quota. Vale per un trekking in Nepal, per il Kilimanjaro in Tanzania, per le Ande, per l’Himalaya, ma anche per le Alpi quando si superano i 3.500-4.000 metri.

Il mal di montagna non è una paranoia da spedizione estrema. Può riguardare chiunque: escursionisti, viaggiatori, alpinisti, sportivi allenati e persone alla prima esperienza.

La cosa fondamentale è capirlo prima, non quando si è già in alto con il mal di testa, il fiato corto e la testa confusa.

Che cos’è il mal di montagna

Il mal di montagna acuto è una reazione del corpo alla quota.

Più si sale, più diminuisce la pressione atmosferica. L’ossigeno nell’aria resta circa sempre lo stesso come percentuale, ma il corpo riesce ad assorbirne meno a ogni respiro. In pratica, ai muscoli, al cuore, ai polmoni e al cervello arriva meno ossigeno rispetto al livello del mare.

Il corpo allora prova ad adattarsi. Si respira più velocemente, il cuore lavora di più, il sonno cambia, la fatica aumenta e l’organismo inizia lentamente ad acclimatarsi.

Il problema nasce quando si sale troppo in fretta.

Se il corpo non ha tempo di adattarsi, possono comparire i sintomi del mal di montagna. Nella maggior parte dei casi sono leggeri o moderati, ma in alcuni casi possono diventare seri e, raramente, anche pericolosi.

Per questo l’AMS va conosciuto, rispettato e mai sottovalutato.

A che quota può comparire

Il mal di montagna può comparire già sopra i 2.500 metri, ma diventa più frequente dai 3.000 metri in su.

Sopra i 4.000 metri bisogna prestare ancora più attenzione. Oltre i 5.000 metri, come sul Kilimanjaro, in Himalaya o in alcuni trekking sulle Ande, l’acclimatamento diventa una parte fondamentale del viaggio.

Questo non significa che tutti staranno male, significa solo che la quota non guarda il curriculum.

Puoi essere allenato, giovane, forte, sportivo e comunque avere problemi. Allo stesso modo, una persona meno allenata ma più prudente, che sale lentamente e ascolta il corpo, può adattarsi meglio.

L’errore più grande è pensare: “A me non succede, sono allenato”, la montagna non funziona così.

Cause principali del mal di montagna

La causa principale del mal di montagna è la salita troppo rapida.

Il corpo ha bisogno di tempo per acclimatarsi. Se in poco tempo si passa dal livello del mare a quote molto alte, oppure se si dorme ogni notte molto più in alto rispetto alla precedente, il rischio aumenta.

I fattori che possono favorire l’AMS sono:

  • salita troppo veloce;
  • poco acclimatamento;
  • tappe troppo lunghe;
  • sforzo intenso appena arrivati in quota;
  • dormire troppo in alto troppo presto;
  • disidratazione;
  • alcol;
  • fumo;
  • poco sonno;
  • alimentazione scarsa;
  • precedente mal di montagna in altri viaggi;
  • sottovalutazione dei primi sintomi.

Il mal di montagna può presentarsi senza grande preavviso, ma spesso compare alcune ore dopo l’arrivo in quota, soprattutto durante la notte o la mattina successiva.

Non è raro sentirsi bene durante la camminata e poi stare peggio la sera nel lodge, in tenda o nel rifugio.

Chi può avere il mal di montagna

La risposta breve è: chiunque.

Può colpire il turista che arriva in funivia, il viaggiatore che dorme in una città alta, il trekker in Nepal, chi scala il Kilimanjaro, chi fa un 4.000 sulle Alpi o chi affronta un passo in alta quota durante un viaggio zaino in spalla.

Non è solo una questione di allenamento; essere in forma aiuta a camminare meglio, sopportare la fatica e recuperare prima. Però non protegge automaticamente dal mal di montagna.

A volte i più a rischio sono proprio i giovani allenati e forti, perché salgono più velocemente, si sentono sicuri, non vogliono rallentare e tendono a ignorare i primi segnali.

La quota, invece, chiede una cosa sola: pazienza.

Sintomi del mal di montagna

Il sintomo più comune è il mal di testa. Spesso arriva insieme ad altri segnali: nausea, stanchezza forte, poco appetito, sonno disturbato, vertigini o una strana sensazione di debolezza.

I sintomi più frequenti sono:

  • mal di testa;
  • nausea;
  • vomito;
  • perdita di appetito;
  • stanchezza anomala;
  • vertigini;
  • sonno disturbato;
  • fiato corto;
  • battito accelerato;
  • tosse secca;
  • difficoltà di concentrazione;
  • sensazione di testa vuota;
  • camminata incerta;
  • comportamento strano o irrazionale.

Il problema è che alcuni sintomi possono essere confusi con la normale fatica del trekking.

Dopo ore di salita è normale essere stanchi, dopo una notte in quota è normale dormire peggio, dopo una giornata dura può venire mal di testa. Però quando i sintomi aumentano, si sommano tra loro o non passano con riposo e idratazione, bisogna fermarsi.

In alta quota non bisogna fare i duri, bisogna fare i lucidi.

Mal di montagna

Un foglio molto pratico trovato durante il trekking dell’Annapurna per il Mal di Montagna

Quando preoccuparsi davvero

Alcuni segnali devono essere presi molto sul serio, se una persona è confusa, barcolla, non riesce a camminare dritta, ha difficoltà a respirare anche da ferma, tossisce molto, sembra assente o si comporta in modo strano, non bisogna aspettare.

Uno dei controlli più semplici è far camminare la persona su una linea dritta. Se sembra ubriaca, perde equilibrio o non coordina bene i movimenti, la situazione può essere seria.

I segnali più preoccupanti sono:

  • confusione mentale;
  • perdita di coordinazione;
  • difficoltà a camminare;
  • fiato corto anche a riposo;
  • tosse persistente;
  • forte debolezza;
  • sonnolenza anomala;
  • labbra o viso molto pallidi o bluastri;
  • peggioramento rapido dei sintomi;
  • perdita di coscienza.

In questi casi la cosa più importante è scendere, non “vediamo domani”, non “manca poco alla cima”, non “ormai siamo arrivati”, se i sintomi sono seri, si scende.

HAPE e HACE: le forme più gravi

Il mal di montagna nella maggior parte dei casi è lieve o moderato. Però, se ignorato, può evolvere in forme molto più pericolose.

Le due principali sono:

  1. HAPE, edema polmonare d’alta quota. In pratica si accumula liquido nei polmoni e respirare diventa sempre più difficile.
  2. HACE, edema cerebrale d’alta quota. In questo caso il problema riguarda il cervello e può comparire confusione, perdita di equilibrio, comportamento irrazionale e peggioramento dello stato di coscienza.

Sono situazioni rare, ma molto serie.

Non serve conoscere tutti i dettagli medici. La cosa importante, da viaggiatori e trekker, è sapere questo: se i sintomi peggiorano, se compare confusione, se manca il respiro anche da fermi o se una persona non cammina bene, bisogna scendere e cercare aiuto.

La montagna non perdona l’orgoglio.

Come prevenire il mal di montagna

La prevenzione è la parte più importante, non esiste una garanzia assoluta, ma ci sono comportamenti che riducono molto il rischio.

  1. La prima regola è salire lentamente. Sopra i 3.000 metri è meglio evitare grandi salti di quota per dormire. Quando possibile, conviene aumentare gradualmente l’altitudine del pernottamento e inserire giornate di acclimatamento.
  2. La seconda regola è ascoltare il corpo. Se sei stanco, rallenta. Se hai mal di testa, fermati. Se il sintomo peggiora, non continuare a salire.
  3. La terza regola è non avere fretta.

Vale in Nepal, sul Kilimanjaro, sulle Alpi e in qualsiasi ambiente di alta quota. Il trekking, l’alpinismo e i viaggi in montagna non sono una gara a chi arriva prima.

Altri consigli utili:

  • salire piano;
  • fare tappe ragionate;
  • inserire giorni di acclimatamento;
  • bere regolarmente;
  • mangiare abbastanza;
  • preferire cibi semplici e digeribili;
  • evitare alcol;
  • evitare fumo;
  • non strafare il primo giorno in quota;
  • dormire, quando possibile, più in basso della quota massima raggiunta durante il giorno;
  • non prendere farmaci a caso;
  • avere un’assicurazione adatta all’alta quota;
  • informarsi bene prima di partire.

La frase più famosa è: sali in alto, dormi in basso.

Vuol dire che durante il giorno puoi anche raggiungere una quota più alta, ma sarebbe meglio dormire più in basso o comunque non aumentare troppo velocemente l’altitudine del pernottamento.

Rimedi pratici prima, durante e dopo la salita

Prima di parlare di farmaci, bisogna dire una cosa chiara: il vero rimedio contro il mal di montagna non è una pastiglia.

Il vero rimedio è salire bene.

Prima della salita conviene arrivare riposati, idratati e informati. Bisogna conoscere le quote dove si dormirà, evitare programmi troppo compressi e, se il viaggio prevede quote importanti, parlare prima con un medico o con un centro di medicina dei viaggi.

Durante la salita bisogna camminare piano, bere spesso, mangiare anche se l’appetito cala e controllare se stessi e i compagni. In alta quota il ritmo deve essere quasi noioso. Non vince chi arriva prima al lodge, al rifugio o al campo. Vince chi arriva, sta bene, dorme e il giorno dopo può continuare.

Se compaiono sintomi lievi, la prima cosa da fare è fermarsi alla stessa quota. Non bisogna salire ancora. Ci si riposa, si beve, si mangia qualcosa e si aspetta.

Se il mal di testa è lieve, si può valutare un normale antidolorifico, ma senza usarlo per coprire i sintomi e continuare a salire come se niente fosse.

Questo punto è fondamentale, un farmaco può togliere il mal di testa, ma non significa che il corpo si sia acclimatato.

Dopo una giornata in quota, invece, bisogna recuperare davvero: cambiarsi, restare asciutti, bere qualcosa di caldo, mangiare, evitare alcol e controllare come si sta durante la notte.

La notte è spesso il momento in cui i sintomi si fanno sentire di più, se una persona peggiora, respira male, tossisce, è confusa o non riesce a camminare bene, non bisogna aspettare l’alba per “vedere come va”.

Farmaci usati contro il mal di montagna

Esistono farmaci usati nella prevenzione e nel trattamento del mal di montagna. Alcuni sono abbastanza conosciuti tra trekker e alpinisti, altri sono farmaci da emergenza.

Qui però bisogna essere molto chiari: non vanno presi a caso, non vanno scelti leggendo due righe online e non devono diventare una scusa per salire più velocemente.

Prima di un viaggio in alta quota, soprattutto sopra i 4.000-5.000 metri, è meglio parlarne con un medico.

Acetazolamide / Diamox

L’acetazolamide, conosciuta spesso con il nome commerciale Diamox, è uno dei farmaci più usati per favorire l’acclimatamento.

Non aumenta magicamente l’ossigeno e non rende invincibili. Aiuta il corpo ad adattarsi meglio alla quota, stimolando alcuni meccanismi respiratori.

Può essere usata in prevenzione o nel trattamento dei sintomi lievi o moderati, ma va valutata prima con un medico. Può dare effetti collaterali come formicolii a mani, piedi o labbra, aumento della necessità di urinare e alterazione del gusto.

Desametasone

Il desametasone è un cortisonico usato in alcune situazioni legate al mal di montagna, soprattutto come farmaco di emergenza per forme più serie, come il mal di montagna grave o il sospetto edema cerebrale d’alta quota.

Non serve per acclimatarsi come l’acetazolamide. Può ridurre i sintomi, ma proprio per questo rischia anche di mascherare un problema serio se usato male.

Va considerato solo con indicazione medica.

Nifedipina

La nifedipina è un farmaco usato in alcune situazioni legate all’edema polmonare d’alta quota, quando il problema coinvolge i polmoni e la respirazione diventa difficile.

Anche qui non parliamo di un rimedio fai da te, è un farmaco da gestione medica o da emergenza, utile in contesti specifici e non adatto a tutti.

Ossigeno e camera iperbarica portatile

L’ossigeno è uno degli interventi più importanti quando i sintomi diventano seri. Non risolve il problema alla radice come la discesa, ma può aiutare molto in emergenza o mentre si organizza la discesa.

In alcune spedizioni o trekking organizzati può esserci anche una camera iperbarica portatile, come la Gamow bag o strumenti simili. Serve a simulare una discesa, aumentando temporaneamente la pressione intorno alla persona.

Anche questa, però, è una soluzione temporanea, appena possibile, se i sintomi sono seri, bisogna scendere.

Cosa non fare mai

Ci sono alcune cose da evitare assolutamente.

Non bisogna continuare a salire se i sintomi peggiorano, non bisogna prendere un antidolorifico per coprire il mal di testa e andare avanti come se niente fosse, non bisogna bere alcol “per scaldarsi” e non bisogna vergognarsi di dire che si sta male.

Mai lasciare da sola una persona confusa o debole e non bisogna aspettare troppo se compaiono sintomi seri.

La montagna è bellissima, ma non premia l’orgoglio stupido.

Esempi dal mondo dell’alpinismo

Il mal di montagna e l’alta quota non riguardano solo i viaggiatori normali. Riguardano anche i grandi alpinisti.

Reinhold Messner è uno degli esempi più famosi. Nel 1978, insieme a Peter Habeler, salì l’Everest senza ossigeno supplementare, un’impresa che all’epoca molti consideravano quasi impossibile. Poi, nel 1980, Messner salì l’Everest anche in solitaria. Questo non significa che la quota non fosse pericolosa per lui. Significa esattamente il contrario: Messner conosceva benissimo il limite, lo rispettava e costruiva le sue imprese intorno all’esperienza, all’acclimatamento e alla lucidità.

Walter Bonatti rappresenta un’altra idea fondamentale della montagna: non conta solo conquistare una cima, ma il modo in cui ci si arriva e si torna indietro. La sua storia al K2, con il bivacco a oltre 8.000 metri durante la spedizione italiana del 1954, resta una delle vicende più dure e discusse dell’alpinismo. Ed è anche un esempio di quanto in quota la montagna possa diventare estrema, seria e senza sconti.

Un altro esempio molto utile è Ed Viesturs, uno dei grandi alpinisti americani d’alta quota. La sua frase più famosa è: “Arrivare in cima è facoltativo, tornare giù è obbligatorio”. È probabilmente una delle migliori regole mai dette per la montagna. Vale sull’Everest, sul Kilimanjaro, sul Monte Bianco e su qualsiasi salita dove la voglia di arrivare rischia di superare il buon senso.

I grandi alpinisti, quelli veri, non sono quelli che non hanno paura, sono quelli che sanno quando andare avanti e quando tornare indietro.

Esperienza personale

Questo articolo può sembrare un po’ pesante, ma secondo me è meglio essere informati prima che ritrovarsi in quota senza sapere cosa sta succedendo.

Per una leggerezza ci si può rovinare un viaggio. Nei casi peggiori, anche qualcosa di più.

Nel nostro caso, prima di alcuni viaggi e salite importanti non eravamo certo alpinisti professionisti. Avevamo camminato in montagna, fatto trekking, raggiunto quote interessanti, ma l’alta quota vera è un’altra cosa.

In Nepal siamo saliti oltre i 4.000 metri. Sul Kilimanjaro si arriva quasi a 6.000 metri. Sulle Alpi, quando si superano i 4.000, il discorso resta comunque serio. Più si sale, più capisci che la forma fisica conta, ma non basta.

Puoi avere gambe buone, fiato, testa dura e voglia di arrivare. Però la quota non la convinci con la motivazione.

Le paure e le paranoie ci sono venute, eccome.

La promessa più intelligente che ci siamo fatti è stata questa: se uno dei due avesse iniziato a stare male, saremmo scesi. Subito. Senza discussioni, senza orgoglio e senza rimorsi.

Perché una cima, un campo base, una foto o una bandierina sulla vetta non valgono mai più della salute e poi, alla fine, la parte più bella non è solo arrivare.

È tutto quello che succede mentre ci provi: la fatica, i silenzi, il freddo, i rifugi, le tende, i villaggi, il tè caldo, il respiro corto, il cielo che sembra più vicino, le montagne che ti fanno sentire piccolo.

Come diceva mio nonno: la salute prima di tutto e come dico io: non è importante solo la meta, ma il viaggio per arrivarci.

In sintesi

Il mal di montagna non deve far rinunciare ai viaggi in alta quota, deve solo far partire più consapevoli.

Salite piano, acclimatatevi, bevete, mangiate, dormite quando potete, evitate alcol e fumo, non sottovalutate il mal di testa e non fate gli eroi.

Se state bene, salite, se state male, fermatevi ,se peggiorate, scendete.

La cima è bella, ma tornare a casa è meglio.

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