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About Me

Proprio noi, che siamo soprattutto gente di mare.

Noi che amiamo camminare scalzi, che in viaggio portiamo quasi sempre le Birkenstock e uno zaino leggero, noi che, alla fine, cerchiamo sempre un posto caldo, una spiaggia, due palme, una birra in mano e quella sensazione bellissima di poter perdere tempo senza sentirsi in colpa.

Noi che partiamo dall’Italia d’inverno per andare a sudare a quaranta gradi sotto il sole, noi che dormiremmo volentieri su un terrazzo di un ostello, guardando le stelle, piuttosto che in un albergo perfetto ma senz’anima.

Allora perché il Nepal?

La risposta più semplice, forse anche la più banale, è questa: per vedere con i nostri occhi l’Himalaya. La gloriosa, magica e potente “dimora delle nevi”. Un luogo che sembra appartenere più agli dei della natura che agli uomini.

Volevamo arrivare lì. Guardare quelle montagne che salgono fino al cielo, oltre le nuvole. Volevamo salutare quei paesaggi, rendergli omaggio, provare a capire cosa si sente davanti a qualcosa di così immenso.

Perché l’Himalaya è bellezza pura. È silenzio, armonia, poesia. Ma allo stesso tempo è anche forza, mistero, distanza. È un mondo magnifico e severo, capace di farti sentire vivo come poche altre cose, ma anche piccolo, fragile, quasi niente davanti alla potenza della natura.

Ritrovarmi a oltre 4.000 metri, al campo base dell’Annapurna, seduto per terra, circondato dalle montagne, è stata una delle immagini più forti del viaggio.

Quelle vette enormi, alcune oltre i 7.000 metri, sembravano disegnate da un architetto impossibile. Una cornice talmente perfetta da sembrare finta. E invece era tutto vero: il freddo, il vento, la fatica, il silenzio, la neve, la roccia, il cielo.

In quel momento ho pensato che l’uomo, con tutta la sua tecnologia, la sua intelligenza e il suo bisogno continuo di controllare ogni cosa, davanti all’ingegneria della natura resta davvero poca cosa.

Siamo partiti soprattutto per fare un trekking di circa dieci giorni, da Pokhara verso l’Annapurna Base Camp. Volevamo salire più in alto possibile con le nostre gambe e poi tornare giù.

Sulla carta sembrava semplice. In realtà era una sfida. Prima di tutto con noi stessi. Con la fatica, con l’altitudine, con il freddo, con il dubbio di non sapere davvero cosa ci aspettava.

Non avevamo paura. O forse un po’ sì. Ma soprattutto avevamo rispetto.

Alla fine il Nepal non è stato solo un viaggio. È stata un’esperienza fisica, mentale, quasi primordiale. Una di quelle esperienze che ti riportano lontano dal rumore, dalle comodità, dai bisogni inutili e da tante abitudini finte della nostra vita occidentale.

Siamo partiti per vedere le montagne, siamo tornati con qualcosa di molto più grande addosso.

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