Birmania: Ritorno a Yangon e ultimo giorno tra i mercati – Giorni 14-15-16
DIARIO BIRMANIA – TAPPA 13 – tappa finale
L’ultimo giorno a Yangon arriva dopo il Golden Rock, dopo la pioggia, dopo i bus, dopo i mercati, dopo giorni intensi passati dentro una Birmania che, senza fare troppo rumore, ci è entrata nel cuore più di tante altre nazioni.
E così, alle nove del mattino, ci vengono a prendere con il pick-up e ci portano, insieme ad altri turisti, fino alla città di Kyaiktiyo, dove passa il bus per Yangon. O Rangoon, come continuo a chiamarla io ogni tanto.
Valeria inizia a stare male sul serio.
Tutta l’acqua presa il giorno prima sul camion del Golden Rock si sta facendo sentire e comincia a starnutire in continuazione.
Il bus è strapieno, come spesso succede da queste parti. Ci sono bambini, anziani, persone che vanno al lavoro, sacchi di riso, verdura, frutta, balle di cereali, pacchi di ogni tipo e Valeria che starnutisce e starnutisce.
Il bello, si fa per dire, è che a ogni starnuto intorno a noi si crea una specie di piccolo vuoto sanitario, anche se nel bus non c’è un centimetro libero.
Se un giorno in Birmania sentirete parlare di qualche influenza strana, forse sapete da dove è partita.
Da Kinpun a Yangon
Dopo circa quattro ore di viaggio, tra panorami bucolici, campi di riso e villaggi visti dal finestrino, arriviamo finalmente a Yangon, alla Aung Mingalar Bus Station.
La Aung Mingalar è la stazione degli autobus più grande e importante della città. Da qui partono e arrivano bus per quasi tutta la Birmania, esclusi alcuni collegamenti verso il Delta dell’Irrawaddy.
Il problema è che si trova parecchio fuori dal centro, ancora più dell’aeroporto. Quindi, se avete la guesthouse in città, non c’è molto da fare: bisogna prendere un taxi.
Noi contrattiamo come sempre, ma sotto una certa cifra non si scende. Alla fine partiamo.
A Yangon c’è il diluvio,
non si ferma mai.
Dai finestrini del taxi vediamo una città che continua ad andare avanti sotto l’acqua: chi cuce a macchina, chi salda il ferro, chi vende qualcosa sotto una saracinesca, chi ride, chi aspetta, chi chiede l’elemosina, chi passa con jeep enormi e costosissime.
C’è tutto.
C’è una nazione intera che sembra non voler più solo sopravvivere, ma vivere. E sperare.
Dopo più di un’ora nel traffico, arriviamo alla Mother Land Inn, la guesthouse dove avevamo dormito le prime due notti del viaggio.
Sono circa le tre del pomeriggio.
Valeria resta in camera perché si sente poco bene. Io, invece, prendo reflex e GoPro e me ne vado in giro per l’ultimo pomeriggio a Yangon.
Ultimo pomeriggio a Yangon
Decido di andare verso il Bogyoke Aung San Market, uno dei mercati più famosi della città.
Per arrivarci percorro l’Anawratha Road, che quel giorno sembra un enorme mercato a cielo aperto disposto sui marciapiedi.
Frutta, verdura, pesce, carne, latte, formaggi, riso, cereali, spezie, banchetti improvvisati, ciotole, buste, mani che pesano, tagliano, puliscono, vendono.
Tutto è lì, a bordo strada.
E tutto sembra così fresco, vivo e vero che ti viene voglia di comprare qualcosa e mangiarlo subito, anche se magari non sai bene che cosa sia.

Vendita di strada ad Anawratha Road durante l’ultimo giorno a Yangon
Cammino per Yangon con quella presunzione un po’ ingenua che ogni viaggiatore si porta dietro almeno una volta: guardare le persone, osservare le facce e provare a indovinare qualcosa della loro vita.
Cosa pensano. Dove stanno andando. Che storia hanno dietro un sorriso, una ruga, uno sguardo o un silenzio.
Lo so, è impossibile. Però in viaggio viene naturale provarci.
Inizio a scattare foto e a filmare. Di turisti, in giro, praticamente ci sono solo io. La gente mi guarda, si diverte, mi sorride. Qualcuno mi ferma, qualcuno mi chiede da dove vengo, qualcun altro prova a vendermi quello che ha.
E va benissimo così.

Banco del pesce nel mercato a strada di Yangon in Birmania
La Yangon che lavora
Quello che mi colpisce, ancora una volta, è che Yangon non è una città da guardare solo attraverso pagode e monumenti.
Yangon è soprattutto strada.
È gente che lavora, vende, ripara, trasporta, cucina, cuce, contratta, aspetta.
In un angolo c’è un ragazzo seduto davanti a una vecchia macchina da cucire. Lavora lì, a bordo strada, con la naturalezza di chi quel lavoro lo fa tutti i giorni, tra rumore, passanti e traffico.

Sarto al lavoro in una bottega di strada a Yangon
Poco più avanti ci sono operai che sistemano il marciapiede sotto il sole, mentre intorno la città continua a scorrere come se niente fosse.
È una città dura, sporca, affollata, a volte stancante.
Ma è viva da morire.
Bogyoke Aung San Market
Dopo un po’ arrivo finalmente al Bogyoke Aung San Market.
È un edificio grande, storico, un po’ decadente, una specie di centro commerciale di settant’anni fa. Dentro ci sono più di duemila botteghe che vendono prodotti artigianali provenienti da varie regioni della Birmania.
Borse, stoffe, abbigliamento, tuniche, quadri, dipinti, lacche, t-shirt, marionette, ciabatte, argento, quarzo, souvenir di ogni tipo.
È il posto ideale per comprare qualcosa da portare a casa. Non prima di aver contrattato, ovviamente.
Perché qui non è solo una questione di soldi. In molti Paesi funziona così. Ti siedi, parli, sorridi, ti offrono magari un tè o un caffè e inizia l’arte della contrattazione.
Un piccolo teatro quotidiano.
Io passo quasi mezz’ora a trattare per una tela fatta a mano. Alla fine la compro, abbastanza soddisfatto, come se avessi appena concluso un affare internazionale.
Poi arrivo nella parte delle pietre preziose.
In una grande sala ci sono desk uno accanto all’altro, pieni di gioielli, pietre, montature e gemme tagliate in ogni modo possibile.
Guardo, passo, ma non è una cosa che mi interessa molto. Un po’ per motivi economici, un po’ per motivi etici, un po’ perché i gioielli proprio non mi hanno mai detto granché.

Banchi di gioielli al Bogyoke Aung San Market a Yangon
L’ultima sera in Birmania e a Yangon
Quando esco dal mercato, fuori è quasi buio.
Me ne torno a piedi verso la guesthouse, sveglio Valeria e ceniamo nel ristorantino sotto la camera. Lei poi torna subito a dormire, ancora mezza distrutta.
Io invece mi godo l’ultima serata. Una birra. Poi un’altra.
Poi magari un’altra ancora, perché in certi momenti non bevi solo per bere. Bevi per restare ancora un po’ dentro il viaggio, per allungarlo di qualche minuto, per non accettare subito che sta finendo.
Mi siedo e cerco di assaporare fino all’ultimo secondo questa nazione.
La Birmania non è stata il viaggio più facile. Non è stata sempre comoda, non è stata sempre leggera, non è stata sempre semplice da capire.
Però è una di quelle nazioni che ti restano dentro.
Forse proprio perché non si lascia spiegare del tutto.
Addio Birmania
La mattina dopo ci svegliamo alle sei.
La guesthouse ci prepara la colazione e poi ci accompagna gratuitamente all’aeroporto.
Facciamo il check-in in un attimo e prendiamo puntuali il volo Air Asia per Bangkok.
Salutiamo così la Birmania.
Dopo appena un’ora siamo già in Thailandia, dove passeremo gli ultimi due giorni con un amico che si è trasferito lì da qualche mese.
Ma quella è un’altra storia.
Questa, invece, è la fine del nostro viaggio in Birmania.
E a pensarci bene non poteva chiudersi in modo diverso: con la pioggia, un mercato, qualche starnuto, un bus pieno, una birra finale e quella malinconia strana che arriva sempre quando un viaggio vero sta per finire.
La Birmania ci ha stancato, sorpreso, commosso e fatto sudare.
Ma soprattutto ci è rimasta nel cuore.

