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Rangoon, oggi Yangon, è una di quelle città che sembrano avere due nomi e due anime. Il nome ufficiale è Yangon, però per molti viaggiatori, per le vecchie mappe e per chi ama ancora un certo immaginario coloniale, resta Rangoon.

Questa doppia identità racconta già molto della città. Da una parte c’è la capitale economica del Myanmar moderno, caotica, umida, trafficata e piena di vita. Dall’altra, invece, c’è la vecchia Rangoon coloniale, con i suoi palazzi consumati dal tempo, i marciapiedi rotti, le insegne sbiadite e quell’atmosfera decadente che ti entra subito addosso.

Dicono che Rangoon, con i suoi milioni di abitanti, sia una delle città più sicure dell’Asia. Forse è vero. Oppure è una di quelle frasi che si ripetono perché fanno stare più tranquillo il viaggiatore appena arrivato.

In ogni caso, questa città ha davvero qualcosa di particolare.

Non sembra una grande metropoli asiatica come le altre. Non ha ancora quell’aria completamente divorata dal cemento, dai centri commerciali e dal traffico impazzito che ormai si trova un po’ ovunque. Inoltre, grazie al lungo isolamento imposto dai generali, il suo passato coloniale è ancora ben visibile.

Lo ritrovi nei vecchi edifici pieni di muffa, nei balconi con i panni stesi, nelle facciate scrostate, nei portici consumati e in quella sensazione strana di tempo fermo. Tuttavia, dietro questa bellezza stanca e affascinante, c’è anche un’altra storia.

L’isolamento della Birmania non è arrivato per caso. È arrivato dopo anni di dittatura, repressioni, arresti, torture, massacri e silenzi. Questa cosa la sai anche mentre cammini. Magari provi a non pensarci, però resta lì, da qualche parte, dietro ogni pagoda dorata e dietro ogni sorriso.

Sono anni che mi informo su questo Paese e su questo popolo. Per certi versi, mi sembra incredibilmente vicino al nostro popolo italico: accogliente, paziente, furbo quando serve, fatalista, pieno di contraddizioni e con una capacità quasi misteriosa di arrangiarsi sempre.

Appena arrivato, però, capisco una cosa: se guardo tutto soltanto da questo punto di vista, mi prenderà male.

Quindi decido di fare una cosa semplice. Per le prossime due settimane provo a resettare tutto. Metto da parte libri, articoli, documentari, politica, dittatura, generali e opinioni già pronte.

Voglio scoprire la Birmania così com’è davanti ai miei occhi.

O almeno provarci.

L’idea è entrare nel “Paese del mistero dorato”, come lo definì Kipling, senza troppi preconcetti.

Anche se so già che sarà impossibile farlo davvero.

Per capire meglio il contesto del Paese, però, vale la pena leggere anche la storia contemporanea della Birmania, perché ogni strada di Rangoon sembra portarsi addosso un pezzo di quella storia.

Primo giro per Rangoon

La mattina usciamo con un obiettivo preciso: andare alla stazione ferroviaria di Rangoon per controllare orari e prezzi del treno per Bagan.

Sulla carta sembra facilissimo.

Alla guesthouse chiediamo informazioni alle ragazze della reception, che ci indicano sulla mappa il percorso da fare a piedi. Secondo loro, in mezz’ora dovremmo arrivare senza problemi.

Perfetto.

Peccato che dopo circa cinquanta metri, al primo bivio, sbagliamo strada.

Non sbagliamo di poco. Sbagliamo proprio bene.

Quando ce ne accorgiamo, siamo praticamente dalla parte opposta rispetto alla stazione. Naturalmente fa caldo, l’umidità è pesante e iniziamo già a sudare come due disperati.

Su molte guide avevo letto che chiedere indicazioni a Rangoon è una specie di lotteria. Ognuno ti dice una cosa diversa, spesso con estrema sicurezza, anche quando non ha la minima idea di dove tu debba andare.

Noi, però, vogliamo confutare questa maldicenza.

Così iniziamo a chiedere in giro.

Un uomo ci manda a destra.
Una signora ci dice di tornare indietro.
Un ragazzo sorride, indica davanti e dice qualcosa che potrebbe voler dire tutto e niente.

Ci fidiamo. Poi ci perdiamo. Successivamente richiediamo. Dopo un altro paio di incroci, ci rifidiamo e ci perdiamo ancora.

Alla fine, gira e rigira, dopo quasi tre ore arriviamo alla stazione. Siamo zuppi di sudore, ma vivi. Inoltre, siamo anche abbastanza orgogliosi di noi stessi.

Rangoon stazione ferroviaria per il treno verso Bagan

Rangoon stazione ferroviaria per il treno verso Bagan

La stazione di Rangoon

La stazione di Rangoon ha subito un’atmosfera particolare.

È caotica, lenta, rumorosa e rilassante nello stesso tempo. Ovunque ci sono persone sedute, venditori, famiglie, monaci, sacchi, ceste, odore di cibo, binari, ventilatori stanchi e quella sensazione bellissima dei luoghi di partenza.

A me le stazioni piacciono sempre.

Mi piace guardare chi parte, chi aspetta, chi dorme, chi mangia e chi non sembra avere nessuna fretta. Questa stazione, con il suo fascino un po’ antico e un po’ sgangherato, mi conquista quasi subito.

Troviamo facilmente l’ufficio informazioni e poi la biglietteria.

Il treno per Bagan parte ogni giorno alle 16:00, ci mette quasi venti ore e costa 40 dollari in cuccetta. Il pagamento, naturalmente, è solo in dollari americani.

Il bus costa molto meno, circa 10-15 dollari, e probabilmente è anche più pratico. Però il treno è il treno.

Un po’ per deformazione personale, un po’ perché mi sono innamorato subito dell’atmosfera della stazione, decidiamo di prenotare il biglietto per il giorno dopo.

Forse non sarà la scelta più intelligente. Tuttavia, in viaggio non sempre bisogna fare la scelta più intelligente.

A volte scegli una tratta solo perché ti piace il rumore dei binari, l’odore della stazione, la lentezza di un viaggio che sai già sarà scomodo. E va bene così.

Mangiare per strada a Rangoon

Dopo la missione biglietti, ci fermiamo a mangiare in una delle infinite bancarelle lungo la strada.

A Rangoon il cibo è ovunque.

Pentole, tavolini bassi, sedie di plastica, brodi, riso, noodles, fritti, tè, frutta, spezie e odori cambiano ogni dieci metri. A volte non sai bene cosa stai mangiando, ma questo fa parte del gioco.

Inoltre, mangiare per strada è uno dei modi migliori per entrare subito nella vita quotidiana di una città. Non c’è niente di costruito per te. Nessuna scenografia. Solo persone che pranzano, lavorano, ridono, aspettano, si riparano dal sole e continuano la loro giornata.

Prendiamo qualcosa da mangiare, beviamo, recuperiamo un minimo di forze e poi ripartiamo.

Direzione: Shwedagon Paya.

O almeno, questa è l’idea.

Verso la Shwedagon Paya

Il cammino verso la Shwedagon Paya prosegue sempre a piedi, chiedendo informazioni di continuo.

Qui devo dire una cosa: quella storia delle indicazioni sempre sbagliate, almeno per noi, non si rivela vera.

Durante tutto il viaggio in Birmania, quando abbiamo chiesto aiuto, quasi sempre qualcuno si è fermato. Magari non parlava inglese. Magari non capiva bene dove volessimo andare. Però provava comunque ad aiutarci.

Spesso lo faceva con un sorriso sincero, quasi contento di poter scambiare due parole con uno straniero.

Quindi, quando non sapete dove andare, chiedete.

E se non capiscono, richiedete.

In Birmania la gente sembra quasi onorata di potervi parlare, anche solo per pochi secondi. Questa cosa, per chi viaggia, vale tantissimo.

Nonostante questo, a Rangoon bisogna anche accettare di perdersi. Anzi, forse è proprio perdendosi che la città inizia a mostrarsi davvero.

Il diluvio e il piccolo tempio

A un certo punto, però, il cielo cambia.

Prima si scurisce. Poi si gonfia. Successivamente arriva quel silenzio strano che precede i temporali tropicali.

Infatti, dopo pochi minuti, inizia a diluviare.

Non una pioggia normale. Un diluvio vero, verticale, violento, improvviso. Uno di quelli che in due secondi trasformano la strada in un fiume e te in uno straccio bagnato.

Entriamo così nel primo piccolo tempio buddista che troviamo lungo la strada.

Non è uno di quei templi famosi, enormi, fotografati. È un tempio qualunque, di quartiere. Proprio per questo, forse, mi piace subito.

Togliamo le scarpe, entriamo piano e ci sediamo a riposare.

Restiamo lì circa un’ora, mentre fuori continua a piovere.

Intorno a noi passano monaci, ragazzi, donne e uomini anziani. Alcuni pregano. Altri meditano. Qualcuno resta solo pochi minuti, come se fosse entrato per respirare un attimo prima di tornare alla giornata.

Nessuno ci guarda male. Nessuno ci chiede niente. Nessuno sembra infastidito dalla nostra presenza.

Siamo solo due viaggiatori bagnati dentro un piccolo tempio di Rangoon, e per qualche motivo va bene così.

I templi buddisti sempre aperti

Una delle cose più belle dei templi buddisti in Birmania è che sono quasi sempre aperti.

Giorno e notte.

A parte il loro significato religioso, questa cosa è anche incredibilmente utile per chi viaggia zaino in spalla.

Infatti, in Birmania capita spesso di arrivare in una città a orari improponibili. Alle due, alle tre, alle quattro o alle cinque del mattino. Succede con i bus, succede con i treni, succede un po’ ovunque.

Rangoon, Bagan, Bago, Mandalay, Lago Inle: molte tratte arrivano nel cuore della notte, quando le guesthouse sono ancora chiuse e tu non sai bene dove metterti.

E allora ci sono i templi.

Puoi entrare, sederti, aspettare che faccia giorno, riposare un po’, senza pagare e senza sentirti fuori posto.

Naturalmente bisogna farlo con rispetto. Scarpe fuori, voce bassa, niente atteggiamenti da campeggio selvaggio dentro un luogo sacro. Però sapere che esiste sempre un posto dove fermarsi, in un Paese che stai ancora cercando di capire, dà una strana sensazione di sicurezza.

Inoltre, questi templi non sono solo luoghi religiosi. Sono anche spazi vivi, quotidiani, attraversati da persone normali. Gente che entra cinque minuti, prega, medita, si siede, respira e poi torna fuori nel caos della città.

Per me questa cosa è bellissima.

Rangoon tempio buddista durante la pioggia tropicale

Rangoon tempio buddista durante la pioggia tropicale

Rangoon e il fascino del tempo sospeso

Rangoon ha un fascino strano.

Non è bella in modo facile. Non ti conquista con ordine, pulizia o grandi viali perfetti. Anzi, spesso è sporca, umida, stanca, rumorosa e scomoda.

Però ha anima.

La senti nei mercati, nelle stazioni, nei templi, nei palazzi coloniali cadenti, nei venditori di strada, nei monaci che camminano scalzi, negli autobus pieni e nei sorrisi improvvisi.

Questa città sembra rimasta indietro, ma non in modo finto. Non come quei posti “autentici” costruiti apposta per i turisti. Rangoon sembra davvero sospesa, come se il tempo avesse rallentato senza chiedere il permesso a nessuno.

Di conseguenza, camminare qui non è sempre comodo, ma è sempre interessante.

Ogni angolo ha qualcosa.
Ogni strada ti costringe a guardare.
Ogni deviazione diventa una piccola storia.

Rangoon, la città che ti rallenta

Il primo giorno a Rangoon non è stato un giorno spettacolare nel senso classico del termine.

Non abbiamo visto dieci monumenti.
Nessun itinerario perfetto è stato rispettato.
Le foto da copertina, almeno per oggi, possono aspettare.

Ci siamo persi, abbiamo sudato, abbiamo camminato troppo, abbiamo chiesto indicazioni, abbiamo comprato un biglietto del treno, abbiamo mangiato per strada e ci siamo rifugiati in un tempio durante un diluvio.

Eppure, forse, è stato proprio questo il modo giusto per iniziare.

Rangoon non è una città che si lascia consumare in fretta. Ti rallenta. Ti confonde. Ti fa girare a vuoto. Ti fa sudare.

Poi, all’improvviso, ti regala una scena minuscola e perfetta: un monaco che entra in silenzio, un venditore che sorride, una vecchia stazione piena di umanità, un tempio aperto mentre fuori piove.

A quel punto capisci che forse la Birmania va presa così.

Senza fretta.

Senza pretendere di capirla subito.

Senza giudicarla soltanto con le categorie che ti sei portato da casa.

Il viaggio è appena iniziato e già Rangoon ci ha fatto capire una cosa: in Birmania non sarai mai davvero tu a decidere il ritmo.

Sarà lei.

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