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Cartagena de Indias è sempre stata una di quelle città il cui nome, da solo, riusciva a mettermi i brividi.

Non sapevo bene se fossero brividi di paura, mistero o desiderio. Sentivo però che, prima o poi, avrei dovuto raggiungerla.

Per anni il nome di Cartagena aveva continuato a riecheggiare nella mia testa. Ogni volta che incontravo qualche viaggiatore in giro per il mondo, prima o poi compariva anche lei: la città murata, la rumba, i pirati, le feste, gli eccessi, i rooftop e quelle notti caraibiche che sembravano non finire mai.

Ascoltavo quei racconti e mi domandavo quanto ci fosse di reale e quanto, invece, fosse stato trasformato in leggenda.

Dopo esserci stato, ho capito che la realtà era persino più forte del mito.

Cartagena de Indias, un nome che mette i brividi

Prima di arrivare la immaginavo pericolosa, sensuale, coloniale ed esagerata. Un luogo in cui le regole sembravano diverse e dove il confine tra realtà e leggenda diventava continuamente più sottile.

Era una città che sembrava esistere già nella mia immaginazione.

Poi siamo arrivati davvero.

Sono bastati pochi minuti per capire che Cartagena non era una città normale: era un mondo.

Una frase incontrata tra le strade della città murata di Cartagena.

La città inespugnabile

La leggenda di Cartagena nasce molto prima della rumba, dei locali e dei viaggiatori.

Nel XVI secolo gli spagnoli compresero l’importanza della sua baia e trasformarono la città in uno dei principali porti del loro impero nelle Americhe.

Da Cartagena transitavano merci, metalli preziosi, soldati e ricchezze provenienti dall’interno del continente.

Una fortuna così grande attirò corsari, bucanieri, pirati, inglesi e francesi, che tentarono più volte di assaltarla e saccheggiarla.

Per difendersi, gli spagnoli chiamarono alcuni tra i migliori ingegneri militari europei. Intorno alla città nacque un sistema imponente di mura, bastioni, cannoni, gallerie e fortezze.

L’opera più straordinaria fu il Castillo San Felipe de Barajas, costruito sulla collina di San Lázaro e ampliato fino a diventare una delle più grandi fortificazioni militari dell’America Latina.

Cartagena non fu più soltanto un porto: divenne la città inespugnabile.

La grande fortezza spagnola che contribuì a rendere Cartagena quasi inespugnabile.

Le mura e il Mar dei Caraibi

Ancora oggi il centro storico è racchiuso dentro le antiche fortificazioni spagnole.

Camminando sulle mura si osservano due Cartagene diverse.

Da una parte si aprono il mare, la baia e i cannoni rivolti verso l’orizzonte. Dall’altra compaiono cupole, campanili, balconi in legno, cortili interni e case colorate.

Fuori dalle fortificazioni crescono invece i quartieri moderni e i grattacieli di Bocagrande.

Cartagena vive continuamente di contrasti: antica e moderna, elegante e selvaggia, reale e irreale.

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Le antiche mura della città coloniale davanti ai grattacieli moderni di Bocagrande.

Il porto degli schiavi

La ricchezza della Cartagena coloniale nasconde anche una storia drammatica.

La città fu uno dei principali porti di arrivo delle persone africane deportate nelle colonie spagnole. Uomini, donne e bambini venivano trasportati attraverso l’Atlantico e venduti come schiavi.

La cultura cartagenera di oggi non può essere compresa senza questa eredità: musica, cucina, danza, spiritualità e tradizioni popolari conservano un’impronta profondamente africana.

Cartagena non è soltanto spagnola e coloniale è africana, caraibica e colombiana.

La sua energia nasce dall’incontro, spesso doloroso, tra mondi differenti.

La città ribelle

L’11 novembre 1811 Cartagena dichiarò la propria indipendenza dalla Spagna.

Fu una delle prime città della regione a ribellarsi apertamente al dominio coloniale, pagando però un prezzo altissimo tra assedi, fame, distruzioni e combattimenti.

La città resistette ancora una volta, anche per questo la sua storia è diventata leggenda.

Cartagena non fu soltanto inespugnabile, ma ribelle, orgogliosa e disposta a combattere per la propria libertà.

La città coloniale

Oggi Cartagena de Indias conserva uno dei centri storici più affascinanti della Colombia.

La Ciudad Amurallada è un labirinto di strade lastricate, chiese, piazze, conventi, balconi fioriti, portali in pietra e facciate dai colori accesi.

Non serve seguire un itinerario preciso, Cartagena si scopre perdendosi.

Ogni strada conduce verso una nuova piazza, un cortile nascosto, una chiesa o una terrazza affacciata sui tetti.

Il caldo sembra non abbandonarla mai, trenta gradi di giorno e quasi la stessa temperatura durante la notte.

Cartagena vive in un’estate eterna.

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Il chiostro del Convento de la Popa, tra archi, balconate in legno e vegetazione tropicale.

Getsemaní, il cuore backpacker

Appena fuori dalle mura si trova Getsemaní, quartiere popolare, giovane, rumoroso e pieno di vita.

Nel 2016 era uno dei principali punti di riferimento del mondo zaino in spalla colombiano.

Ostelli economici, ristorantini, murales, musica, locali e viaggiatori riempivano le sue strade.

Getsemaní era diverso dalla Cartagena più elegante: spartano, autentico, vivo.

Qui bastava entrare in un ostello o sedersi in una piazza per incontrare persone provenienti da ogni parte del mondo.

Cartagena era una città in cui si arrivava da soli e si usciva in gruppo.

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Murales, colori e vita quotidiana nel quartiere backpacker di Cartagena.

La città della rumba

La notte era il momento in cui Cartagena mostrava il suo volto più potente, la festa non apparteneva soltanto al fine settimana.

Sembrava esserci ogni giorno: centro storico, Getsemaní, Bocagrande, terrazze, discoteche, cortili coloniali e ostelli continuavano a riempirsi sera dopo sera.

Salsa, champeta, reggaeton e ritmi caraibici uscivano dai locali e invadevano le strade.

Cartagena non ospitava semplicemente la rumba, Cartagena era la rumba.

Rooftop, grattacieli e notti senza fine

La vita notturna non terminava dentro le mura.

Verso Bocagrande, sui tetti degli alberghi e dei grattacieli, si trovavano rooftop, bar panoramici, piscine, cocktail e musica.

Da quelle terrazze si potevano osservare due città completamente diverse.

Da una parte la Cartagena coloniale, con le cupole, le mura e i tetti antichi. Dall’altra quella moderna, illuminata e verticale, simile a una piccola Miami caraibica.

Nel giro di pochi minuti si passava dallo street food di una piazza a un rooftop elegante sospeso sopra la città.

Anche questo la rendeva inarrivabile, Cartagena sembrava contenere molte città nello stesso luogo.

Il lato più eccessivo

Durante la notte emergeva anche un lato più ambiguo.

In alcuni ambienti la cocaina circolava con una facilità sorprendente. Non era sempre necessario cercarla: spesso erano venditori e intermediari ad avvicinarsi ai turisti.

Anche la prostituzione era visibile in alcune zone notturne.

Cartagena sembrava attirare chiunque fosse alla ricerca di una città senza limiti: feste, alcool, droga, sesso e notti che sembravano non finire mai.

Raccontarlo non significa trasformarlo in un’attrazione, dietro questa libertà apparente esistevano rischi concreti: truffe, furti, ricatti, sostanze adulterate e sfruttamento.

Ma quel lato eccessivo faceva parte della Cartagena che avevamo incontrato.

Ignorarlo significherebbe raccontare soltanto metà della città.

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Una città internazionale

Negli ostelli, nei locali e sulle terrazze incontravamo viaggiatori provenienti da ogni parte del mondo.

Europei, nordamericani, colombiani e tantissimi sudamericani.

Ricordo soprattutto una forte presenza di brasiliani e brasiliane, arrivati a Cartagena per ballare, divertirsi e vivere quella gigantesca festa caraibica.

Era una città popolata da persone eleganti, sensuali e apparentemente sempre pronte a uscire, l’atmosfera internazionale contribuiva ad alimentare il mito.

Relativamente sicura, ma non ovunque

Prima di arrivare pensavo che Cartagena fosse una delle città più pericolose al mondo, la nostra esperienza fu diversa.

Il centro storico e Getsemaní ci sembrarono relativamente sicuri, frequentati e controllati anche durante la notte. Camminammo molto tardi senza percepire continuamente una situazione di pericolo.

Questo non significava che tutta Cartagena fosse sicura.

La città è enorme e alcune periferie non sono luoghi in cui un turista dovrebbe avventurarsi senza conoscere la zona.

Nelle aree turistiche la presenza della polizia era invece evidente. A determinati orari alcuni locali chiudevano, aumentavano i controlli e le persone venivano invitate a spostarsi.

Non era un vero coprifuoco, sembrava piuttosto una regolazione della notte: la festa non finiva: cambiava quartiere, terrazza o locale.

Una città quasi irreale

Cartagena era sensuale, elegante, caotica, romantica ed eccessiva, tutto contemporaneamente.

A volte sembrava un parco giochi. Altre volte una scenografia coloniale. Poi bastava voltare l’angolo per incontrare la città reale, fatta di venditori, famiglie, anziani seduti davanti alle case e quartieri lontani dalle cartoline.

Cartagena poteva essere raffinata come una città europea e, pochi minuti dopo, esplosiva come Bangkok o Amsterdam.

Ma era diversa da entrambe, possedeva qualcosa di proprio, un’identità impossibile da riprodurre altrove.

Il perché di un mito

Dopo esserci stato, ho finalmente capito perché il nome di Cartagena de Indias riecheggiava così forte nel mondo backpacker.

Il mito nasce dalle mura, dai pirati e dalla città inespugnabile.

Nasce dalla storia coloniale, dall’eredità africana e dalla lotta per l’indipendenza, nasce dai colori, dai balconi, dai conventi e dalle strade illuminate.

Ma nasce anche dai rooftop, dalla rumba, dagli eccessi, dalle feste quotidiane e da quella sensazione che la notte non debba finire mai.

Cartagena vive continuamente tra luce e oscurità, tra eleganza e perdizione, tra storia e festa, tra realtà e leggenda.

Prima di arrivare credevo che molti racconti fossero esagerati.

Ora so che non lo erano, Cartagena de Indias è una di quelle città che possono essere spiegate soltanto fino a un certo punto.

Il resto bisogna viverlo.

Bisogna camminare sulle mura, perdersi nel centro storico, attraversare Getsemaní, salire sopra un rooftop e lasciare che la musica continui fino al mattino.

Solo allora si comprende il perché del mito, una città allucinante, metafisica, irreale.

Una città dei balocchi caraibica, una città inarrivabile, una leggenda che continua a vivere più forte che mai.

Cartagena de Indias, la Perla dei Caraibi.

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