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Salvador Allende e Augusto Pinochet sono due nomi che in Cile tornano ovunque.

A Santiago, davanti alla Moneda, a Valparaíso, tra murales, scritte politiche e case colorate.

Nei musei della memoria, nei racconti delle famiglie, nei libri di storia e nelle discussioni ancora vive tra chi parla di sogno socialista e chi ricorda la dittatura militare.

Entrambi nascono a Valparaíso.

Allende il 26 giugno 1908.

Pinochet il 25 novembre 1915.

La stessa città, due percorsi completamente diversi.

Il primo medico, socialista, democraticamente eletto presidente del Cile.

Il secondo generale, anticomunista, capo del golpe dell’11 settembre 1973 e dittatore per diciassette anni.

Uno rappresenta il sogno della via cilena al socialismo, l’altro la fine violenta di quel sogno.

Allende

Salvador Allende e la via cilena al socialismo

Salvador Guillermo Allende Gossens nasce in una famiglia borghese di Valparaíso, si laurea in medicina e inizia presto la sua carriera politica.

Diventa deputato, ministro della Sanità, senatore, presidente del Senato e una delle figure principali del Partito Socialista cileno.

Il 3 novembre 1970 arriva alla presidenza del Cile con Unidad Popular, coalizione di sinistra formata da socialisti, comunisti, radicali, operai, studenti, intellettuali e settori progressisti della società cilena.

Allende diventa così il primo presidente marxista eletto democraticamente.

Questa è la sua grande particolarità.

Non arriva al potere con una rivoluzione armata, ma con le elezioni. Giura sulla Costituzione, difende il pluralismo politico e prova a costruire un socialismo cileno senza cancellare il Parlamento.

La sua idea viene chiamata via cilena al socialismo.

Il programma è ambizioso: aumentare i salari, ridistribuire la ricchezza, nazionalizzare banche, industrie strategiche e soprattutto le miniere di rame, fino ad allora in gran parte controllate da interessi stranieri.

Tra le misure più simboliche c’è anche mezzo litro di latte al giorno per ogni bambino.

Allende porta avanti riforme sanitarie, scolastiche e agrarie, con l’obiettivo di recuperare le ricchezze cilene e migliorare la vita delle classi popolari.

All’inizio alcuni risultati arrivano.

I salari crescono, il consumo interno aumenta e la disoccupazione cala, per una parte del Paese, Allende diventa la speranza concreta di un Cile diverso, per un’altra parte, invece, è un pericolo.

Il Cile si divide

Il governo di Unidad Popular dura poco più di mille giorni, le difficoltà arrivano presto.

La spesa pubblica aumenta, le esportazioni calano, l’inflazione esplode e nei negozi iniziano a mancare beni di prima necessità.

Il Cile si spacca, da una parte ci sono operai, studenti, contadini, sindacati e militanti della sinistra, dall’altra destra, borghesia, grandi proprietari, multinazionali, settori conservatori dell’esercito e Stati Uniti.

In piena Guerra Fredda, Washington non vede di buon occhio un presidente marxista eletto democraticamente in America Latina.

Gli scioperi, soprattutto quello dei camionisti, paralizzano il Paese. Le tensioni crescono, la crisi economica peggiora e il golpe diventa una possibilità sempre più concreta.

Un primo tentativo di colpo di Stato viene fermato dal generale Carlos Prats, fedele alla Costituzione.

Quando Prats viene isolato e costretto a lasciare, il suo posto viene preso da Augusto Pinochet.

Augusto Pinochet

Augusto José Ramón Pinochet Ugarte nasce anche lui a Valparaíso.

Militare di carriera, generale di destra, anticomunista, legato all’idea di ordine, disciplina e gerarchia.

Per un periodo viene considerato un uomo affidabile, non necessariamente il più pericoloso tra i generali cileni.

Quella valutazione si rivelerà sbagliata, l’11 settembre 1973 le Forze Armate si sollevano contro il governo.

Il palazzo della Moneda, a Santiago del Cile, viene circondato e bombardato, Allende rifiuta l’esilio e non accetta la resa.

Rimane dentro il palazzo presidenziale, parla alla radio al popolo cileno e lascia uno degli ultimi discorsi più celebri della storia latinoamericana.

Poco dopo muore dentro la Moneda.

Per anni si è discusso se sia stato assassinato o se si sia suicidato per non cadere vivo nelle mani dei golpisti. Le indagini successive hanno confermato la versione del suicidio durante l’assalto.

Il dato storico, però, resta lo stesso: l’11 settembre 1973 finisce il governo Allende e inizia la dittatura militare.

Diciassette anni di dittatura

Pinochet rimane al potere dal 1973 al 1990.

Il regime scioglie i partiti, vieta gli scioperi, colpisce i sindacati, cancella l’opposizione e perseguita militanti, studenti, operai, intellettuali e oppositori politici.

Il bilancio è terribile, migliaia di morti e desaparecidos, decine di migliaia di arrestati, torturati ed esiliati.

Famiglie distrutte, stadi trasformati in prigioni, paura e silenzio.

Per alcuni Pinochet fu il patriota che salvò il Cile dal comunismo, per altri fu il dittatore che trasformò il Paese in una prigione.

Questa divisione, in parte, esiste ancora.

I Chicago Boys e il miracolo cileno

Sul piano economico Pinochet cambia completamente direzione.

Si affida ai Chicago Boys, giovani economisti cileni formati negli Stati Uniti e influenzati dalla scuola liberista di Chicago.

Arrivano privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica, riduzione del ruolo dello Stato, apertura agli investimenti stranieri, aumento delle esportazioni e centralità del mercato.

Il Cile cambia pelle, per i sostenitori del regime questo fu il “miracolo cileno”, per gli oppositori, invece, fu una crescita costruita sopra repressione, disuguaglianze, tortura ed esilio.

Il Paese diventa più moderno e più competitivo, ma una parte della popolazione paga un prezzo enorme.

Operazione Condor e memoria

Il Cile di Pinochet diventa anche uno dei centri dell’Operazione Condor, la rete repressiva delle dittature sudamericane contro comunisti, socialisti, sindacalisti, intellettuali e oppositori politici.

Argentina, Bolivia, Brasile, Paraguay, Uruguay e Cile vengono attraversati dalla stessa logica: eliminare l’opposizione politica in nome dell’anticomunismo.

La dittatura cilena non è quindi solo una storia cilena, è una pagina della Guerra Fredda in America Latina.

Negli anni Ottanta il regime inizia a perdere forza. Le proteste crescono, la pressione internazionale aumenta e nel 1988 Pinochet perde il plebiscito che avrebbe dovuto confermarlo al potere.

Nel 1990 lascia la presidenza, ma rimane comandante dell’esercito e poi senatore a vita.

Nel 1998 viene arrestato a Londra su richiesta della giustizia spagnola con accuse di violazione dei diritti umani e crimini contro l’umanità. Viene però rimandato in Cile per ragioni di salute.

Negli anni successivi si tenta più volte di processarlo, ma Pinochet muore a Santiago nel 2006 senza una condanna definitiva.

Allende e Pinochet oggi

Allende e Pinochet restano due figure opposte e inseparabili, Allende è il simbolo di un Cile socialista, democratico, popolare, costruito attraverso le elezioni, Pinochet rappresenta la dittatura militare, l’anticomunismo, la repressione e la trasformazione economica imposta con la forza.

Mentre a Santiago, la Moneda resta uno dei luoghi chiave per capire questa storia, a Valparaíso, città natale di entrambi, il passato politico del Cile si legge ancora sui muri, nei murales e nell’identità popolare della città.

Il Cile di oggi è un Paese moderno, spettacolare, bellissimo da viaggiare.

Ma è anche un Paese che porta addosso una storia pesante.

Allende e Pinochet non sono soltanto due personaggi del Novecento.

Sono due modi opposti di immaginare il Cile, il sogno e la dittatura, la democrazia e il golpe, la speranza e la paura.

Una ferita che, ancora oggi, non si è mai chiusa del tutto.

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