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Dopo la prima notte passata in treno, cullati dal dondolio lento dei binari indiani, la mattina arriviamo a Khajuraho.

Venivamo da Varanasi, da due giorni intensissimi, duri, pieni di immagini difficili da dimenticare. Il treno notturno ci aveva portato via dal Gange, dalle cremazioni, dai ghat, dal caos sacro di Benares, e ci stava consegnando a un’India completamente diversa.

Khajuraho era una tappa che aspettavo parecchio.

Una di quelle città che conosci di nome prima ancora di sapere davvero cosa ci sia dentro. La associ subito al Kamasutra, alle sculture erotiche, ai templi famosi, a qualcosa di un po’ misterioso e un po’ provocatorio.

In realtà, appena arrivati, la prima sorpresa è stata un’altra: la tranquillità.

La stazione ferroviaria è distante dal centro, quindi avevo preso contatto con l’hotel per farci venire a prendere.

Mi immaginavo confusione, turisti ovunque, bancarelle, rumore, caldo, polvere e il solito caos indiano. Invece, appena arrivati, ci troviamo davanti un posto quasi silenzioso. I turisti ci sono, certo, ma molti meno di quanti pensassi.

Dopo Delhi e Varanasi, Khajuraho sembra quasi un’oasi.

I templi di Khajuraho

I templi sono sparsi in un’area ordinata, immersi in prati curatissimi, quasi all’inglese. Le strutture sono distanti tra loro, ma abbastanza vicine da poterle visitare camminando con calma.

Tutto il complesso trasmette una sensazione stranissima per l’India che avevamo visto fino a quel momento: armonia, rilassatezza, pulizia, silenzio. Non è una città che ti aggredisce, non ti travolge, Khajuraho ti lascia respirare.

Il complesso dei templi di Khajuraho, sorprendentemente ordinato, silenzioso e immerso nel verde.

Il complesso dei templi di Khajuraho, sorprendentemente ordinato, silenzioso e immerso nel verde.

Per entrare nei templi bisogna togliersi le scarpe.

È un gesto semplice, ma cambia subito il modo in cui guardi il posto. Non stai entrando solo in un sito archeologico. Stai entrando in un luogo che conserva ancora qualcosa di sacro, anche se oggi è visitato da turisti, fotografi e viaggiatori di ogni tipo.

I muri sono pieni di sculture, ovunque.

Figure, corpi, divinità, animali, donne, uomini, musicisti, danzatori, scene quotidiane e, naturalmente, le celebri rappresentazioni erotiche.

Khajuraho non è solo Kamasutra

Khajuraho è famosa per il Kamasutra, ma questa associazione è un po’ riduttiva, anzi, forse è proprio la cosa che rischia di far capire meno il sito.

Sì, le sculture erotiche ci sono, sono evidenti, sorprendenti e in alcuni casi molto esplicite.

Però rappresentano solo una piccola parte dell’intero racconto scolpito sulle pareti dei templi. La maggioranza delle raffigurazioni racconta altro: divinità, vita quotidiana, donne che si truccano, musicisti, vasai, contadini, guerrieri, animali, momenti di danza e scene simboliche.

Le pareti dei templi di Khajuraho raccontano molto più dell’erotismo: vita quotidiana, divinità, musica e simboli.

Le pareti dei templi di Khajuraho raccontano molto più dell’erotismo: vita quotidiana, divinità, musica e simboli.

Il sito viene spesso raccontato come la città del Kamasutra, ma in realtà le sculture non illustrano in modo preciso il famoso testo di Vatsyayana.

Anche il Kamasutra, poi, viene spesso frainteso. Non è solo un manuale di posizioni sessuali. Quella è solo una parte. Il resto parla di comportamento, relazioni, seduzione, vita sociale e rapporto tra uomini e donne.

A Khajuraho si capisce una cosa: qui il corpo non viene nascosto, la sensualità non viene trattata come qualcosa di separato dalla vita.

Fa parte del mondo, come la musica, la religione, il lavoro, la bellezza, la guerra, il divino.

Le sculture erotiche di Khajuraho

Le sculture erotiche attirano inevitabilmente l’attenzione ,sarebbe inutile far finta di niente.

Cammini intorno ai templi e, a un certo punto, ti trovi davanti scene scolpite nella pietra con una libertà che noi occidentali, spesso, non siamo più abituati a vedere associata a un luogo sacro.

Eppure non c’è volgarità, o almeno, io non l’ho percepita così.

C’è piuttosto una naturalezza strana, antica, quasi disarmante, le figure sono scolpite con una cura impressionante.

I corpi si intrecciano, le pose sembrano impossibili, le espressioni restano misteriose. Alcune scene sono sensuali, altre più simboliche, altre ancora difficili da interpretare senza una guida o una preparazione storica.

Però la cosa bella è proprio questa: Khajuraho non ti dà una spiegazione semplice.

Ti lascia guardare, ti lascia pensare, ti mette davanti una cultura che, almeno in quel momento storico, sembrava avere un rapporto molto meno ipocrita con il corpo e con il desiderio.

Dettaglio delle sculture dei templi di Khajuraho, spesso associate al Kamasutra.

Un’oasi di pace e storia

Passiamo tutta la giornata dentro il complesso, camminiamo lentamente, senza fretta, ci fermiamo davanti ai muri.

Torniamo indietro, riguardiamo gli stessi dettagli, ogni volta salta fuori qualcosa di nuovo.

Un volto, una mano, una scena nascosta, un animale, una piccola figura scolpita dove prima non avevamo guardato.

Più stiamo lì, più mi rendo conto che Khajuraho mi sta sorprendendo, mi aspettavo una visita curiosa, famosa soprattutto per le immagini erotiche.

Invece trovo un posto bellissimo, rilassante, elegante, quasi sospeso, dopo il caos di Delhi e l’intensità brutale di Varanasi, questa giornata ci serve anche per respirare.

Khajuraho non ha la forza violenta di Benares, non ha il rumore di Delhi, non ha il traffico, le cremazioni, il Gange, le folle, il senso di vertigine.

Ha un’altra energia, più calma, più ordinata, più sottile.

Il giorno dopo verso Agra

La giornata finisce con una sensazione positiva, siamo arrivati aspettandoci una città famosa per il Kamasutra e ce ne andiamo con l’idea di aver visto qualcosa di molto più ampio.

Khajuraho è una tappa strana, non è enorme, non è caotica, non è una città che ti sconvolge come Varanasi.

Però resta impressa, per la bellezza dei templi, per l’armonia del complesso, per quella tranquillità inattesa, per il modo in cui riesce a mettere insieme spiritualità, corpo, vita quotidiana e arte senza farli sembrare separati.

Il giorno dopo ci aspetta un altro treno, da Khajuraho ad Agra, dopo la città sacra del Gange e i templi del Kamasutra, il viaggio continua verso uno dei simboli più famosi dell’India: il Taj Mahal.

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