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04/10/12 – Giorno 3 – Tappa 3 – Delhi – Varanasi
05/10/12 – Giorno 4 – Tappa 4 – Varanasi
06/10/12 – Giorno 5 – Tappa 5 – Varanasi – Khajuraho

Arriviamo all’aeroporto di Varanasi nel pomeriggio. Fuori ci aspetta il taxi della guesthouse, che avevo contattato il giorno prima via internet. Già questa cosa, in India, mi sembrava quasi un piccolo miracolo organizzativo.

Non so bene perché, ma ogni volta che sentivo o leggevo il nome di questa città mi veniva una specie di scossa. Un nome leggendario: Benares o Varanasi..

Una delle città più antiche ancora vive al mondo.

Una città che per anni avevo visto nei documentari, nei libri, nelle foto dei viaggiatori e nei racconti di chi c’era stato. Un posto che nella mia testa non era mai stato solo una città, ma qualcosa di molto più grande.

Un simbolo, un confine, una prova, eppure, finché non ci arrivi, non puoi capire davvero.

Solo quando faccio il primo passo nella città vecchia, quell’elettricità che avevo addosso si trasforma in adrenalina pura.

Varanasi non ti accoglie, ti prende, ti tira dentro.

Il primo impatto con Varanasi

Varanasi è la città sacra degli induisti, almeno una volta nella vita, milioni di fedeli sognano di arrivare qui, immergersi nel Gange e compiere i propri riti lungo i ghat.

I ghat sono rampe di scale in pietra che scendono fino all’acqua del fiume.

A Varanasi non sono solo scale: sono altari, strade, lavatoi, luoghi di preghiera, punti d’incontro, dormitori improvvisati, mercati, palcoscenici, ingressi simbolici verso il sacro.

Secondo la tradizione induista, morire a Varanasi e ricevere la cremazione sulle rive del Gange significa avvicinarsi alla liberazione dal Samsara, l’eterno ciclo di morte e rinascita.

Per questo, da secoli, migliaia e migliaia di persone arrivano qui, per pregare, per lavarsi, per morire, per salutare i morti.

Per cercare un senso.

La guesthouse sul Gange e l’incontro con Pablo

Nel tardo pomeriggio ci sistemiamo nella guesthouse., dalla terrazza si vede il Gange.

Ci sediamo al bar, ancora un po’ storditi dal viaggio e dal primo contatto con la città, e lì conosciamo Pablo, un ragazzo indiano che studia all’università di Varanasi.

Iniziamo a parlare, prima due chiacchiere leggere, poi sempre più confidenza. Ceniamo insieme.

A un certo punto ci dice che, se vogliamo, sarebbe onorato di farci vedere un paio di cose, non ci pensiamo troppo e lo seguiamo.

Forse oggi sarei più prudente, forse oggi farei qualche domanda in più.

Ma in quel momento eravamo appena arrivati a Varanasi, carichi, curiosi, completamente dentro quella sensazione che nei viaggi ti fa dire sì prima ancora di capire bene dove stai andando.

Dentro i vicoli della città vecchia

Per mezz’ora giriamo dentro vicoletti strettissimi. Buio, mucche, liquami, odori fortissimi, pavimento sporco, muri vicini, zero luce a volte non si vedeva nemmeno a un metro.

Varanasi vecchia è un labirinto che sembra vivo, non è solo un quartiere, è un organismo, respira, puzza, prega, brucia, mangia, dorme, sputa, canta.

A un certo punto arriviamo a un ghat, Pablo si ferma, ci dice di spegnere la macchina fotografica, di non usarla assolutamente e di stare zitti.

Non capivo dove fossimo, davanti a noi solo fuochi, legna, ombre.

Persone che si muovevano in silenzio, nessuna luce, a parte quella delle fiamme, nessun turista, solo falò e tanta legna.

Manikarnika Ghat

Entriamo a Manikarnika Ghat, il luogo più forte e più inquietante di Varanasi: Il ghat delle cremazioni.

Lì, vita e morte si incontrano senza filtro, alla luce del sole e della luna, ogni giorno, ogni notte, da secoli.

Mentre passiamo tra le pire, facendo attenzione a non avvicinarci troppo al fuoco, mi fermo un attimo.

Guardo meglio e capisco, dentro una delle pire c’è un corpo che sta bruciando.

Una persona.

Non un’immagine da documentario, non una scena vista in televisione, una persona reale, davanti a me, a pochissima distanza.

Per la prima volta in vita mia mi manca quasi il respiro, rimango fermo, pietrificato.

Con i muscoli bloccati e la testa incapace di mettere ordine a quello che stavo vedendo.

Chiamo Valeria, che era poco più avanti e non si era accorta di niente, le dico di guardare bene.

Lei capisce, si spaventa, inizia a correre e poi a piangere.

Quella scena se l’è portata dietro per tutto il viaggio, forse anche oltre.

La legna accatastata vicino a Manikarnika Ghat, il luogo delle cremazioni sacre di Varanasi.

La legna accatastata vicino a Manikarnika Ghat, il luogo delle cremazioni sacre di Varanasi.

Vita e morte sul Gange

Usciamo da quel posto surreale, quasi da trip allucinogeno. Non c’era puzza.

Questa è una delle cose che mi ha colpito di più, mi aspettavo odori insopportabili, invece no.

Solo fuoco, fumo, legna, ombre e una calma difficilissima da spiegare. Ci fermiamo da un lato e restiamo lì per ore.

Sbalorditi, eccitati, tremanti.

I corpi arrivano al ghat dalle vie strette della città, portati dai parenti, coperti di fiori e tessuti colorati.

Non ci sono urla, non ci sono scene isteriche, non c’è la morte come la immaginiamo noi, nascosta, chiusa, sterilizzata.

Qui la morte è pubblica, visibile, accettata, fa parte della vita.

Pablo ci spiega che essere cremati lì è un onore.

Ci racconta che il ghat è diviso in zone, che la parte più alta è più costosa e che anche la legna ha un prezzo diverso in base alla qualità.

Dietro il ghat c’è una piazza piena di legna, sopra, un edificio legato a Madre Teresa di Calcutta, in stato di abbandono.

Ci dice anche che non tutti vengono cremati nello stesso modo. Alcuni corpi, secondo la tradizione, non passano dalla pira e vengono affidati direttamente al fiume.

Ascolto, ma faccio fatica a capire, non per la lingua ma per la distanza mentale, era tutto troppo lontano dal nostro modo di vedere la morte.

Troppo diretto, troppo vero.

Il mattino dopo a Benares

Ci svegliamo con Valeria ancora scossa dalla sera prima mentre io non so bene cosa pensare.

Sento solo che Varanasi è uno di quei luoghi che puoi vedere mille volte nei documentari, ma quando ci sei dentro è mille volte più forte.

Di solito succede il contrario, spesso i luoghi famosi sembrano più piccoli della loro immagine.

Varanasi no, Varanasi è più grande, più potente, più violenta, più sacra, più sporca, più viva.

Nella mia testa la immagino come un cerchio, dove vita e morte si toccano continuamente senza mai separarsi davvero.

Una città eterna, come Roma, Gerusalemme, Cusco, una città che sembra impossibile da spegnere.

Camminando lungo i ghat

Passiamo tutta la mattina lungo il fiume. Saliamo e scendiamo i ghat, sotto i piedi fango, sabbia, pietra e argilla, passiamo accanto a donne che lavano i panni e stendono grandi coperte sui gradini.

Ragazzini che nuotano, uomini che pescano, persone che raccolgono acqua per preparare il tè, pellegrini che si immergono, barche ferme, cani randagi, mucche ovunque.

A pochi metri, la vita quotidiana e la morte stanno nello stesso spazio, senza chiedere permesso.

La vita quotidiana lungo i ghat di Varanasi, tra acqua, preghiera, povertà e gesti normali.

La vita quotidiana lungo i ghat di Varanasi, tra acqua, preghiera, povertà e gesti normali.

Il Gange

Il Gange è il centro di tutto, non solo un fiume, una presenza, lo guardi e sai che dentro c’è di tutto: fede, cenere, vita, morte, rifiuti, fiori, corpi, animali, offerte, storia, sporcizia, acqua sacra.

Timorosi, lo tocchiamo anche noi, fa uno strano effetto, soprattutto se pensi a tutto quello che quel fiume ha accolto nei secoli.

La riva opposta, invece, è quasi vuota, deserta, silenziosa, priva di città, templi, caos, vegetazione fitta o vita apparente.

Da una parte Varanasi, piena fino a scoppiare, dall’altra il nulla, è una visione che ti resta impressa.

La sponda opposta del Gange a Varanasi, vuota e silenziosa rispetto al caos dei ghat.

La sponda opposta del Gange a Varanasi, vuota e silenziosa rispetto al caos dei ghat.

La città vecchia di Varanasi

Dopo il fiume ci infiliamo di nuovo nella città vecchia, qui tutto è stretto, sporco, vivo, caotico.

Ci sono capre, mucche, cani, piccole discariche che bruciano, templi induisti nascosti tra le case, persone che stirano con ferri riempiti di carbone, vecchie che chiedono l’elemosina, sadhu, eremiti, uomini mezzi nudi, incenso e odore di charas.

Varanasi è così, non ti permette mai di separare il sacro dal marcio.

La preghiera dalla merda, il tempio dalla discarica, i profumo dall’odore insopportabile.

Tutto convive, tutto sta nello stesso metro quadro e forse è proprio questo che la rende così potente.

Varanasi tra traffico, mucche e università

A un certo punto ci incamminiamo verso la zona dell’università, restiamo lì qualche ora e assistiamo anche a un paio di lezioni.

Poi torniamo indietro, cinque chilometri lungo una strada piena di macchine, bus, motorini, urla e clacson.

Il traffico è talmente fitto che sembra impossibile attraversarlo, eppure, in mezzo a tutto quel caos, le mucche se ne stanno immobili.

Impassibili, come se niente esistesse, come se il vero centro della strada fossero loro e tutto il resto dovesse semplicemente girargli intorno.

Il traffico, con le mucche immobili in mezzo al caos della città.

Il traffico di Varanasi, con le mucche immobili in mezzo al caos della città.

La cerimonia serale sul Gange

La sera andiamo al Dasaswamedh Ghat, poco distante dalla guesthouse. Ogni sera qui si svolge il Ganga Aarti, una cerimonia sul fiume con sacerdoti, tamburi, incensi, lampade e fuoco.

È piena di indiani e turisti.Sì, è anche una cerimonia molto turistica, ma resta suggestiva e spettacolare.

Il fiume al buio, le luci, il suono dei tamburi, le fiamme che si muovono tutte insieme, la folla seduta sui gradini e sulle barche.

Dura circa quarantacinque minuti.

Dopo la notte precedente a Manikarnika, questa cerimonia sembra un’altra faccia della stessa città, più ordinata, più scenografica, più accessibile, ma sempre profondamente legata al Gange.

La cerimonia serale del Ganga Aarti tra fuoco, incenso e preghiere sul fiume.

La cerimonia serale del Ganga Aarti a Varanasi, tra fuoco, incenso e preghiere sul fiume.

Verso la stazione e il treno notturno

La giornata non è ancora finita, prendiamo un risciò a pedali e andiamo verso la stazione per prendere il treno notturno per Khajuraho.

Durante il tragitto rischiamo la vita almeno cento volte: macchine, motorini, bus, pedoni, biciclette, mucche, rumore e clacson ovunque.

Arriviamo alla stazione e anche lì è caos completo, gente dappertutto, persone che attraversano i binari, mucche, treni pieni, porte aperte, viaggiatori ovunque, indicazioni difficili da capire.

Orari e binari che sembrano scritti per mettere alla prova la pazienza umana, nessuno che sappia darti davvero un’informazione chiara.

Alla fine, per fortuna, troviamo il nostro treno, saliamo, salutiamo Varanasi o Benares, destinazione Khajuraho.

Non so nemmeno quale nome usare, perché entrambi sembrano troppo piccoli per contenerla.

Dopo questi due giorni, dentro di me penso una cosa assurda ma vera: potrei anche tornare a casa, perché Varanasi, da sola, era già un viaggio intero.

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