Birmania: Lago Inle in bici e a piedi: risaie, tofu, terme e vino – Giorni 10-11
Diario Birmania – Tappa 10
Dopo la gita in barca, il modo migliore per continuare a scoprire il Lago Inle è scendere dall’acqua e andare in bici.
La barca è bellissima, certo. Pescatori, palafitte, giardini galleggianti, monasteri. Tutto molto affascinante.
Però il Lago Inle non finisce lì.
Anzi, alcune delle cose che ricordiamo con più piacere le abbiamo viste nei dintorni di Nyaungshwe, pedalando su strade sterrate, entrando in villaggi, fermandoci tra le risaie, mangiando tofu in una fattoria e camminando fino a una cantina dove producono vino birmano.
Sì, vino birmano.
E già questo, per noi, era un motivo sufficiente per andare a controllare.
In bici tra le risaie del Lago Inle
La mattina ci svegliamo e, miracolosamente, c’è il sole.
Dopo il temporale del giorno prima sembra quasi un regalo. Il cielo è pulito, l’aria è fresca e all’orizzonte non si vedono nuvole minacciose.
Potremmo prendere una guida con la macchina e farci portare in giro comodamente, seduti sul sedile, senza sudare.
Ma non se ne parla proprio.
Rimediamo due bici per pochi soldi e partiamo con una mappa fatta a penna dalla proprietaria della guesthouse per la scoperta del Lago Inle.
Una di quelle mappe bellissime, mezze storte, dove le distanze sembrano sempre più corte di quello che sono davvero.
Poco dopo Nyaungshwe, il paesaggio cambia.
Strade sterrate, risaie, canali, bufali nel fango, papere che nuotano indisturbate e contadini al lavoro.
Non ci sono quasi auto. Ogni tanto passa un camion pieno di gente, qualche motorino, tante biciclette. Per il resto, silenzio, campagna e sole.
Pedalare qui è una meraviglia.
La raccolta del riso
Ci fermiamo spesso.
Guardiamo le donne e gli uomini che raccolgono il riso, chi lo trasporta, chi lo batte, chi lo lavora con macchinari semplici e rumorosi.
Nessuno sembra infastidito dalla nostra presenza. Anzi, molti sorridono, salutano, provano a parlarci. Il problema è che noi non capiamo quasi niente e loro, giustamente, nemmeno.
Però va bene così.
A un certo punto mi viene voglia di provare a raccogliere il riso con loro. Cerco di farmi capire, faccio gesti, indico, sorrido. Loro ridono, io rido, alla fine ridiamo tutti insieme e non si capisce più se sto chiedendo di lavorare, di fare una foto o di essere adottato dal villaggio.
Questi sono i momenti migliori.

Khaung Daing e il tofu birmano
La nostra meta è il villaggio di Khaung Daing, famoso per la produzione del tofu birmano.
Arriviamo in una piccola fattoria consigliata dalla proprietaria della guesthouse. Dentro troviamo alcune signore sedute davanti a grandi pentoloni, intente a mescolare lentamente un liquido giallo e denso.
È tofu.
Chiediamo se possiamo entrare e fare qualche foto. Loro ci fanno accomodare e iniziano a spiegarci tutto il processo con grande serietà.
Peccato che ce lo spieghino in birmano.
Noi annuiamo, sorridiamo, facciamo facce intelligenti e ovviamente non capiamo quasi nulla.
Però quando ci invitano ad assaggiare, il messaggio arriva chiarissimo.
Il tofu birmano è diverso da quello classico che conosciamo noi. Non è bianco, ma giallo, perché viene preparato con legumi, spesso ceci o lenticchie, invece che con la soia.
Lo mangiamo lì, seduti con loro, senza capire bene cosa stia succedendo, ma felicissimi.

Le hot spring di Khaung Daing
Dopo esserci riempiti di tofu, decidiamo di andare alle famose hot spring di Khaung Daing.
Sulla guida sembravano una cosa interessante: acqua calda, piscine, panorama sul Lago Inle e qualche ora di relax.
Arriviamo davanti all’ingresso e troviamo una struttura curata, pulita, quasi elegante. Un corridoio, giardini, reception, piscine separate, ristorante. Una specie di piccola spa internazionale piazzata lì, in mezzo alla campagna birmana.
Poi ci dicono il prezzo. Ci guardiamo. Fine dell’esperienza termale.
Non è che fosse impossibile pagarlo, ma ci sembrava troppo caro per quello che stavamo cercando. Troppo occidentale, troppo fuori contesto, troppo lontano dal viaggio che stavamo facendo.
Così, con grande serenità, decidiamo che le hot spring possono tranquillamente fare a meno di noi.

Le sorgenti locali
La cosa più interessante, però, è che poco lontano dalla spa ci sono alcune pozze e vasche usate dagli abitanti del posto.
Niente ingresso elegante, niente lettini, niente menù chic. Solo acqua calda, cemento, persone che si lavano, prendono acqua e usano quel posto in modo normale.
Ecco, questa parte ci interessa molto di più. Forse non sarà raffinata. Sicuramente non è da brochure. Però è vera.
Un monastero sopra la valle
Lasciamo le bici vicino all’ingresso delle terme e saliamo a piedi verso un piccolo monastero.
La salita è più faticosa del previsto. Naturalmente, perché ogni volta che qualcuno dice “è lì vicino”, in Asia, significa che devi sudare.
Però arrivati in cima la vista ripaga tutto.
Sotto di noi si apre la valle del Lago Inle: risaie, villaggi, montagne, acqua, strade sottili e campi coltivati. Restiamo lì un po’, in silenzio, solo noi due.
È uno di quei momenti semplici che, alla fine, ricordi più di tante attrazioni famose.
Ritorno a Nyaungshwe al tramonto
Scendiamo, riprendiamo le bici e torniamo verso Nyaungshwe.
Lungo la strada ci fermiamo ancora a guardare la raccolta del riso. Il sole si abbassa, i colori diventano più caldi, la campagna si calma e noi iniziamo a sentire tutta la stanchezza nelle gambe.
Arriviamo al villaggio che è quasi notte. Siamo finiti.
Però la giornata non può finire senza una bella cena. Perché potete farci dormire per terra, farci camminare ore e ore, farci pedalare chilometri su strade sterrate, ma non toglieteci mai la gioia di mettere le gambe sotto un tavolino quando arriva l’ora di mangiare.
Quella no.
A piedi verso Shwe Yan Pyay
Il giorno dopo abbiamo il bus per Bago la sera, quindi decidiamo di prendercela con calma.
Niente bici. Questa volta si cammina.
Andiamo subito a visitare il monastero di Shwe Yan Pyay, a circa due chilometri da Nyaungshwe.
Il monastero è bellissimo. Una struttura in legno, semplice ma particolare, con un’atmosfera molto tranquilla. Qui vivono e studiano giovani monaci, e si può entrare in alcune sale dove leggono, scrivono, pregano o semplicemente passano il tempo.
Guardandoli viene spontaneo pensare che, in fondo, non c’è tutta questa differenza tra un ragazzo italiano che va a scuola e un giovane birmano che studia per diventare monaco.
Cambiano i vestiti, il luogo, la religione. Però restano ragazzi.

Lago Inle in Bici: Monastero Shwe Yan Pyay
Villaggi, thanakha e lavori lungo la strada
Dopo il monastero continuiamo a camminare.
Lungo la strada incontriamo ragazze con il thanakha sul viso, donne che fanno il bucato nei canali, bambini che appena ti vedono iniziano a salutare e persone che lavorano ai bordi della strada.
Passiamo tra capanne di bambù, tetti di paglia, case su palafitte dentro le risaie e scuole piene di ragazzi tutti vestiti uguali.
A un certo punto vediamo anche ragazzi e ragazze che rompono massi di pietra con il piccone per allargare la strada.
Una scena dura.
La Birmania è così: bellissima, delicata, spirituale, ma anche povera, faticosa e piena di contraddizioni. Non è mai solo cartolina.

Lago inle in bici: I vigneti del Red Mountain Estate
Red Mountain Estate: il vino in Birmania
Dopo un paio d’ore di cammino arriviamo alla Red Mountain Estate.
Qui succede una cosa abbastanza surreale: nel mezzo della Birmania, sulle colline vicino al Lago Inle, troviamo una cantina dove si produce vino.
La fattoria si trova in una posizione stupenda, con i vigneti intorno e la vista sulla valle. Per un attimo sembra quasi di stare in Toscana, solo che siamo nello Stato Shan e intorno non ci sono cipressi, ma montagne birmane.
La struttura è curata: ristorante, terrazza panoramica, cantina, filari e operai al lavoro tra le vigne.
Naturalmente, non potevamo non assaggiare.
Ci sediamo sulla terrazza e ordiniamo una degustazione.
Non ci aspettiamo miracoli, però l’esperienza è piacevolissima. Il vino è discreto, la vista è splendida e dopo giorni di riso, noodles, curry e birra birmana, trovarsi davanti a un bicchiere di vino fa un certo effetto.
Restiamo lì fino al pomeriggio, mangiando qualcosa, bevendo e guardando la valle.
Poi, un po’ brilli e molto contenti, riprendiamo la strada verso Nyaungshwe.
Tornati alla guesthouse, la proprietaria è così gentile da farci fare una doccia prima della partenza.
Piccole cose, ma quando devi prendere un bus notturno dopo una giornata a piedi, una doccia può diventare un atto d’amore.
Recuperiamo gli zaini, salutiamo Nyaungshwe e ci prepariamo a lasciare il Lago Inle.
Ce ne andiamo stanchi, impolverati, un po’ brilli di vino birmano e molto felici.
Il Lago Inle ci aveva conquistato in barca, certo. Però forse ci è rimasto ancora più addosso via terra: tra risaie, tofu, monasteri, strade sterrate, sorrisi e quei momenti strani che non programmi mai, ma che poi diventano il cuore del viaggio.

