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Il libro simbolo della Patagonia, almeno per molti. Per me, invece, una lettura importante ma fredda, lenta e poco coinvolgente.

In Patagonia di Bruce Chatwin è probabilmente uno dei libri di viaggio più famosi del Novecento.

Per molti è il capolavoro letterario di Chatwin e uno dei testi fondamentali per chi ama il viaggio, il nomadismo, il vagabondaggio e le terre estreme.

Io l’ho letto prima di partire per il Cile e per la Patagonia, proprio perché viene sempre presentato come un libro quasi obbligatorio.

Mi aspettavo vento, strade vuote, incontri, avventura, zaino in spalla, sud del mondo, Terra del Fuoco e una Patagonia capace di entrare dentro.

In parte tutto questo c’è.

Il problema è che, almeno per me, non arriva mai davvero.

Di cosa parla In Patagonia

Il libro è un diario di viaggio in cui Bruce Chatwin parte dall’Argentina e scende verso sud, fino alla zona in cui la Patagonia incontra la Terra del Fuoco.

Il viaggio nasce anche dalla ricerca delle tracce di un suo antenato marinaio, Charles Milward, e di un misterioso mostro preistorico legato ai racconti della sua infanzia.

Da questo spunto iniziale, Chatwin costruisce un percorso fatto di incontri, divagazioni, aneddoti storici, riferimenti geografici, leggende, personaggi strambi e storie raccolte lungo la strada.

Non è un racconto lineare, non è una guida, non è nemmeno un diario di viaggio classico.

È piuttosto un mosaico di frammenti, dove ogni capitolo sembra aprire una piccola porta su un personaggio, un luogo, una leggenda o un episodio della Patagonia.

A tratti si parla di coloni, marinai, cercatori d’oro, indigeni, esploratori, esuli, banditi, scienziati, famiglie europee finite ai confini del mondo e uomini che sembrano arrivati lì per caso.

L’idea è affascinante.

La Patagonia di Chatwin è una terra di confine, piena di storie slegate, di viaggiatori, di ossessioni e di tracce lasciate da chi è passato prima.

Un libro importante, ma non facile

Il problema, per me, è stato il modo in cui tutto questo viene raccontato.

Ho trovato In Patagonia un libro lento, spesso freddo, poco coinvolgente e a tratti pesante.

Le descrizioni mi sono sembrate troppo slegate tra loro, con un ritmo che non mi ha mai preso davvero. Per fortuna i capitoli sono brevi, perché altrimenti avrei fatto ancora più fatica.

Un libro del genere, normalmente, lo finisco in pochi giorni.

Questo invece l’ho abbandonato e ripreso più volte.

Alla fine l’ho finito quasi per disperazione, soprattutto perché stavo preparando il viaggio e speravo di ricavarne qualche informazione utile sulla Patagonia.

Da questo punto di vista mi è servito pochissimo.

Non mi ha aiutato a capire meglio il viaggio pratico, le tappe, le distanze o i luoghi. Naturalmente non era quello il suo scopo, ma da lettore e viaggiatore zaino in spalla speravo comunque in qualcosa di più diretto.

Più che un libro sui viaggi, mi è sembrato un’esperienza letteraria costruita attorno al viaggio.

La differenza è grande.

La parte più interessante

La parte che ho trovato più scorrevole e interessante è quella dedicata a Butch Cassidy e Sundance Kid.

Lì il libro prende più forza.

La storia dei fuorilegge arrivati in Patagonia funziona meglio, ha più ritmo, più immaginario, più avventura.

In quelle pagine ho ritrovato finalmente qualcosa di quello che cercavo: frontiera, fuga, leggenda, polvere, cavalli, isolamento e sud del mondo.

Per il resto, invece, ho fatto fatica a entrare nel libro.

Capisco perché sia diventato un testo simbolo, ma non posso dire che mi abbia emozionato.

Il libro simbolo della Patagonia?

In Patagonia viene spesso venduto come il libro simbolo di tutti i viaggi.

Forse lo è davvero, ma più per quello che rappresenta che per quello che racconta a un lettore come me.

Rappresenta l’idea del partire senza un itinerario troppo definito, del seguire una traccia, del perdersi tra storie e personaggi, del cercare qualcosa che forse non esiste più.

Rappresenta anche una certa idea romantica del viaggiatore: colto, solitario, curioso, capace di fermarsi su dettagli minimi e trasformarli in letteratura.

Tutto bello, però non sempre questo basta a rendere un libro coinvolgente.

Almeno per me, In Patagonia resta una lettura importante, ma non una lettura amata.

Lo consiglierei comunque a chi sta preparando un viaggio in Argentina, Cile, Patagonia o Terra del Fuoco, perché è impossibile ignorarlo.

Non lo consiglierei però aspettandosi un libro d’avventura, una guida narrativa o un racconto capace di trascinare pagina dopo pagina.

È un libro da leggere con calma, sapendo che può piacere tantissimo o lasciare completamente freddi.

A me ha lasciato abbastanza freddo.

Perché leggerlo prima di partire

Nonostante tutto, leggere In Patagonia prima di partire ha un senso.

Anche quando un libro non ti conquista, può aggiungere qualcosa al viaggio.

Chatwin aiuta a capire che la Patagonia non è solo un paesaggio fatto di vento, ghiacciai, montagne e strade infinite. È anche una terra di storie, fughe, ossessioni, leggende e personaggi arrivati da lontano.

Quando poi si attraversano davvero quei luoghi, alcuni nomi e alcuni frammenti tornano in mente.

Magari non con emozione, magari non con entusiasmo, però restano lì.

Per questo lo inserisco comunque tra i libri da leggere prima di un viaggio in Cile e Patagonia.

In Patagonia di Bruce Chatwin non è il mio preferito, non mi ha fatto innamorare, però è un libro troppo importante per non passarci almeno una volta.

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