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  • Tappa 1 – Giorni 1–2 – 14 e 15 giugno 2013
  • Roma – Abu Dhabi – Malé – Hulhumalé

Le Maldive, almeno per come venivano raccontate allora, non erano una destinazione per chi viaggiava con lo zaino in spalla.

Erano resort, idrovolanti, bungalow sull’acqua e vacanze organizzate. Si sceglieva un’isola da un catalogo, si prenotava tutto prima e si rimaneva lì fino al giorno del ritorno.

Anche la Lonely Planet era piuttosto chiara.

Scriveva che le Maldive non erano state pensate per i viaggiatori indipendenti e per chi voleva conoscere la vita della popolazione locale. Il turismo era fortemente regolamentato e chi viaggiava da solo non era considerato il visitatore ideale.

Più leggevo quelle parole e più mi veniva voglia di provare il contrario.

Una sfida alla Lonely Planet

Avevo sempre avuto un debole per le Maldive, ma le avevo considerate una destinazione quasi irraggiungibile.

Non soltanto per il prezzo. Era soprattutto il tipo di viaggio a sembrarmi lontano da noi: resort prenotato, trasferimento organizzato, pensione completa e pochissimo contatto con il Paese reale.

Poi avevo scoperto che qualcosa stava cambiando.

Da pochi anni gli abitanti delle isole locali potevano aprire guesthouse e ospitare i turisti. Iniziavano a comparire traghetti economici, piccole strutture familiari e le prime possibilità di spostarsi senza dipendere completamente dai resort.

Le informazioni, però, erano pochissime.

Avevo cercato ovunque: blog, forum italiani e stranieri, siti di prenotazione e racconti di viaggio. Trovavo qualche nome di guesthouse, indicazioni confuse sui traghetti e poco altro.

Nessuno spiegava chiaramente come arrivare su un’isola locale senza avere già organizzato tutto.

A quel punto la frase della Lonely Planet era diventata una provocazione.

Davvero era impossibile partire per le Maldive con lo zaino, senza resort e senza spendere una fortuna?

Decidemmo di scoprirlo.

Un volo comprato pochi giorni prima

Sul sito di Etihad trovai un volo di andata e ritorno da Roma a Malé, con scalo ad Abu Dhabi, a poco più di 500 euro a persona.

Mancavano soltanto pochi giorni alla partenza.

Convinsi Valeria, comprammo i biglietti e preparammo due piccoli zaini. Non prenotammo un hotel, non scegliemmo un’isola e non organizzammo alcun trasferimento.

Avevamo soltanto il volo.

Il 14 giugno 2013, alle 21:45, partimmo da Roma Fiumicino diretti ad Abu Dhabi.

Negli zaini avevamo pochi vestiti, costumi, qualche libro, la guida Lonely Planet e il minimo indispensabile per trascorrere una settimana tra mare e spiaggia.

Non sapevamo ancora dove avremmo dormito la notte successiva.

Maldive Backpacker

Da Abu Dhabi a Malé

Dopo lo scalo ad Abu Dhabi ripartimmo verso le Maldive.

La parte più spettacolare del viaggio iniziò poco prima dell’atterraggio.

Dal finestrino comparvero gli atolli: cerchi di sabbia e corallo sparsi nell’Oceano Indiano, lagune di colori quasi irreali e isole così piccole da sembrare galleggiare sull’acqua.

Era esattamente l’immagine che avevamo sempre associato alle Maldive.

Il problema era che, una volta atterrati, non avevamo ancora idea di quale di quelle isole avremmo raggiunto.

Arrivammo all’aeroporto di Malé alle 14:55.

Il visto e l’ingresso alle Maldive

Prima di poter uscire dall’aeroporto dovemmo compilare il modulo d’ingresso.

Venivano richiesti i dati personali, gli estremi del passaporto, il numero del volo e l’indirizzo della struttura in cui avremmo soggiornato.

Noi, naturalmente, non avevamo prenotato nulla.

Inserimmo il nome di una struttura trovata sulla guida, giusto per completare il modulo, e ci mettemmo in fila per il controllo passaporti.

Il visto turistico veniva rilasciato direttamente all’arrivo. La procedura fu rapida: controllo del passaporto, timbro e ingresso nel Paese.

Prima della dogana, però, c’era un grande cartello con l’elenco di tutto ciò che era vietato introdurre alle Maldive.

Tra le cose proibite comparivano:

  • alcolici;
  • carne di maiale;
  • materiale pornografico;
  • armi e munizioni;
  • sostanze stupefacenti;
  • fucili subacquei;
  • cani.

Era il primo richiamo concreto al fatto che stavamo entrando in un Paese islamico, non semplicemente in una destinazione turistica.

Superati i controlli, ritirammo gli zaini e ci avviammo verso l’uscita.

Fuori dall’aeroporto

Appena usciti ci trovammo davanti a una grande area piena di desk appartenenti a resort, agenzie e società di trasferimento.

Ogni isola sembrava avere il proprio banco. Ovunque comparivano fotografie di spiagge perfette, bungalow sull’acqua e villaggi esclusivi.

Cominciammo a chiedere informazioni.

Le prime proposte erano tutte troppo costose. Resort bellissimi, naturalmente, ma completamente fuori dal budget che ci eravamo imposti.

Provammo anche a informarci sui safari boat, le imbarcazioni che attraversano gli atolli offrendo pernottamenti, immersioni e snorkeling. Anche quella soluzione, però, era cara e poco adatta a ciò che cercavamo.

Noi volevamo una guesthouse su un’isola abitata.

Continuammo a chiedere, spiegando che non avevamo prenotato nulla e che volevamo raggiungere un’isola locale.

Fu fuori dall’aeroporto che incontrammo Mohamed.

L’incontro con Mohamed

Mohamed lavorava nell’area esterna dell’aeroporto, tra i desk e gli operatori turistici.

Gli spiegammo che volevamo trascorrere circa una settimana su un’isola locale, dormendo in una guesthouse e vivendo il più possibile vicino alla popolazione.

Ci propose Hangnaameedhoo, un’isola abitata nell’Atollo di Ari Sud.

Non l’avevamo mai sentita nominare.

La proposta iniziale era di circa 1.000 dollari per due persone. Comprendeva il soggiorno, i pasti, i trasferimenti e alcune escursioni.

La trattativa cominciò lì, fuori dall’aeroporto.

Chiedevamo chiarimenti, rivedevamo i costi, eliminavamo qualcosa, aggiungevamo altro e cercavamo soprattutto di capire che cosa fosse realmente incluso.

Alla fine raggiungemmo un accordo: 700€ complessivi per due persone.

Il prezzo comprendeva:

  • sei notti in guesthouse a Hangnaameedhoo;
  • una notte vicino a Malé;
  • colazione, pranzo e cena;
  • bevande analcoliche;
  • trasferimenti;
  • tre escursioni su isole deserte.

Era esattamente quello che cercavamo.

O almeno così sembrava.

Non avevamo ancora visto la guesthouse, non conoscevamo Mohamed e non sapevamo praticamente nulla di Hangnaameedhoo.

Avevamo soltanto un nome, una cifra concordata e la promessa che la mattina seguente qualcuno ci avrebbe accompagnati sull’isola.

I primi due gironi del viaggio

Prima notte a Hulhumalé

Per la prima notte ci sistemarono in un piccolo hotel a Hulhumalé, l’isola urbana vicina all’aeroporto.

Eravamo stanchi, ma anche soddisfatti.

In poche ore eravamo passati dal non avere nulla alla prospettiva di trascorrere quasi una settimana su un’isola di pescatori che non compariva nei cataloghi italiani.

La mattina seguente avremmo dovuto tornare all’aeroporto e prendere un motoscafo diretto a Hangnaameedhoo.

Non sapevamo come sarebbe stata l’isola, chi ci avrebbe aspettato e quanto ci fosse di vero in ciò che ci era stato promesso.

La Lonely Planet diceva che le Maldive non erano una destinazione per backpacker.

Noi eravamo appena arrivati senza prenotazioni e avevamo trovato una guesthouse contrattando fuori dall’aeroporto.

La sfida era iniziata.

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