India: Jaipur, la città rosa – Giorni 9 e 10
10/10/12 – Giorno 9 – Tappa 9 – Jaipur
11/10/12 – Giorno 10 – Tappa 10 – Jaipur – Goa

Dopo la giornata ad Agra e la visita al Taj Mahal, ripartiamo nel tardo pomeriggio verso Jaipur, la capitale del Rajasthan e una delle città più famose del Nord India.
Sulla carta dovevamo arrivare in serata, ma in India gli orari dei treni vanno sempre presi con una certa filosofia. Il nostro treno accumula ritardo e arriviamo a Jaipur molto più tardi del previsto.
È passata la mezzanotte.
Alla stazione avrebbe dovuto aspettarci qualcuno della guesthouse, ma non si vede nessuno. Usciamo, ci guardiamo intorno e iniziamo a chiedere informazioni. In giro c’è poca gente. Quasi tutti quelli arrivati con il nostro treno salgono su un taxi e spariscono nel buio.
Noi, invece, decidiamo di andare a piedi, scelta non proprio lucidissima, ma in quel momento ci sembrava ancora una buona idea.
Arrivo notturno a Jaipur
Passiamo sotto un ponte dove dormono per terra centinaia di persone, una accanto all’altra, tra coperte, cartoni, polvere e buio.
Poco più avanti troviamo una specie di parcheggio di tuk tuk, con gli autisti addormentati dentro i mezzi. La mia testa mi diceva chiaramente di prendere un taxi. Il mio istinto, invece, continuava a non voler sentire ragioni.
Chiediamo informazioni a chiunque incontriamo, ma sembra che nessuno conosca la zona della nostra guesthouse. O magari la conoscono, ma non ci capiamo. A quell’ora, con gli zaini addosso, la stanchezza e il buio intorno, tutto diventa più complicato.
A un certo punto incontriamo un poliziotto.
Gli facciamo vedere l’indirizzo e lui ci dice di seguirlo, perché anche lui deve andare verso casa e la direzione è più o meno quella.
Lo seguiamo.
Camminiamo per circa mezz’ora nel buio quasi totale di Jaipur. Io, sinceramente, a un certo punto ero già pronto a tirare fuori il portafoglio e consegnarglielo direttamente, tanto per anticipare eventuali problemi.
E invece no, il poliziotto si ferma, indica una villetta a schiera e ci fa capire che siamo arrivati, sono quasi le due di notte.
Quella è la nostra guesthouse.
Proviamo a lasciargli una piccola mancia per ringraziarlo, ma lui rifiuta. Poi tira fuori il cellulare e ci chiede una foto insieme, da far vedere ai figli.
Una scena piccola, semplice, tenerissima, uno di quei momenti che, alla fine, ti restano impressi più di tanti monumenti.
La guesthouse di Jaipur
Suoniamo alla guesthouse e dopo un po’ ci viene ad aprire il proprietario.
Ci dice, con estrema tranquillità, che ci aveva mandato un’email scrivendo di telefonargli quando fossimo arrivati alla stazione.
E noi, ovviamente, pensiamo solo una cosa: con che cosa?
Erano altri tempi. Niente SIM locale pronta, niente WhatsApp, niente connessione sempre disponibile. Avevamo una prenotazione, un indirizzo, uno zaino e un treno arrivato in ritardo.
Il resto era puro adattamento; entriamo, lasciamo gli zaini e finalmente andiamo a dormire.
Jaipur, per ora, ci aveva accolto così: buio, stazione, ponte pieno di persone che dormono, tuk tuk addormentati e un poliziotto gentile che ci accompagna fino alla porta.
Jaipur, la città rosa del Rajasthan
La mattina dopo ci svegliamo presto, siamo nella capitale del Rajasthan: Jaipur, la famosa città rosa.
Dopo Delhi, Varanasi, Khajuraho e Agra, entriamo in un’altra India ancora. Quella dei palazzi, dei forti, dei mercati, dei colori, dei gioielli, delle pietre preziose e del traffico che sembra non finire mai.
Jaipur è una delle città più conosciute dell’India e viene chiamata città rosa per il colore degli edifici della parte antica. Fu fondata nel 1727 dal Maharaja Sawai Jai Singh II e progettata con un impianto urbano molto ordinato, con strade larghe, blocchi regolari e incroci ad angolo retto.
Sulla carta, quindi, Jaipur è una città razionale, nella realtà, almeno per noi, è stata un’esplosione di rumore, caldo, polvere, clacson e caos.
Andiamo subito verso il mercato, famoso per lo shopping, l’artigianato locale, i tessuti, i gioielli e le pietre preziose. Ci aspettavamo un posto affascinante, magari un po’ turistico, ma comunque elegante.
Troviamo invece un bordello totale, negozi ovunque, gente ovunque, motorini ovunque: risciò, biciclette, venditori, clacson, caldo feroce e una confusione continua che sembra non avere né inizio né fine.
Il traffico di Jaipur e l’India vera
Più camminiamo e più ci rendiamo conto che Jaipur non è solo la città romantica delle cartoline, è una città vera, dura, viva, faticosa.
C’è sempre qualcuno che passa, che vende qualcosa, che urla, che spinge, che attraversa, che trasporta sacchi, frutta, stoffe, persone, animali.
A un certo punto ci troviamo davanti a una scena che in India ormai cominciava quasi a sembrarci normale: una mucca ferma in mezzo alla strada, completamente indifferente al traffico.
Intorno le passano motorini, biciclette, pedoni, risciò e macchine, lei resta lì, immobile, come se fosse la vera proprietaria della città.
È una delle immagini che raccontano meglio l’India: il caos totale che, in qualche modo misterioso, riesce comunque a funzionare.
Non capisci come, ma funziona.

Il contrasto più crudo di Jaipur: mucche, rifiuti e vita quotidiana ai margini della strada.
Mercati, palazzi e caldo allucinante
Usciamo dalla zona del mercato e proviamo a vedere alcuni dei luoghi consigliati dalla guida.
Jaipur è piena di palazzi, forti, templi, osservatori astronomici e residenze storiche. Ci sarebbero il City Palace, l’Hawa Mahal, il Jantar Mantar, l’Amber Fort e mille altri luoghi da visitare con calma.
Il problema è che noi, in quel momento, calma non ne avevamo molta e nemmeno troppe energie.
Ogni ingresso costa tra le 200 e le 300 rupie a persona. Non una cifra impossibile, ma in un viaggio zaino in spalla, sommando tutto, anche questi costi iniziano a pesare.
Così decidiamo di camminare, osservare molto da fuori e vivere Jaipur più come città che come elenco di monumenti.
Camminando, però, Jaipur mostra anche il suo lato più duro, il caldo è pesantissimo, le distanze sembrano allungarsi.
Le strade sono piene di polvere, rifiuti, persone che dormono sui marciapiedi, animali, scarichi, venditori e un senso di fatica che sembra attaccarsi addosso.

Questa è la parte dell’India che ti mette alla prova, non quella poetica, non quella spirituale, non quella da fotografia.
Quella vera, ruvida, scomoda, quella che non puoi addolcire troppo, perché altrimenti non sarebbe onesto raccontarla.
La città rosa tra storia e caos
Jaipur fu costruita nel 1727 dal Maharaja Sawai Jai Singh II, che chiamò studiosi, architetti e geometri per progettare una città destinata a essere ricordata per il suo disegno urbano.
La città venne divisa in blocchi regolari, con strade larghe e incroci ad angolo retto. Le mura proteggevano il centro e le porte regolavano gli accessi.
Il colore rosa-sabbia, invece, arrivò più tardi, in occasione della visita del Principe di Galles nel XIX secolo. Da allora, gli edifici della città vecchia hanno mantenuto quella tonalità che ancora oggi rende Jaipur una delle città più riconoscibili dell’India.
Però, almeno nel nostro ricordo, Jaipur non è solo rosa.
Jaipur è anche traffico, caldo, polvere, fatica.
È una mucca dentro una discarica, è il contrasto continuo tra il fascino del Rajasthan e la durezza della strada.
Forse non l’abbiamo vissuta nel momento giusto, forse siamo arrivati troppo stanchi, forse avremmo dovuto fermarci di più.
Ma in quel momento Jaipur ci sembrava una città difficile da affrontare, bella, sì, interessante, sicuramente, ma anche estenuante.
Il bivio: continuare in Rajasthan o andare al mare?
Prima che il caldo ci distrugga del tutto, ci fermiamo a mangiare qualcosa in un chiosco lungo la strada, siamo stanchi, sudati, impolverati e un po’ saturi.
Lì iniziamo a parlare seriamente del seguito del viaggio, l’idea iniziale era continuare nel Rajasthan.
Dopo Jaipur avremmo potuto andare a Udaipur, Jodhpur, magari fino a Jaisalmer, nel deserto, per poi tornare verso Delhi.
Sarebbe stato un itinerario bellissimo: la terra dei re, i forti, le città colorate, il deserto, l’India più classica e scenografica.
Però c’era un problema: noi eravamo cotti.
Cotti dal caldo, dai treni, dal traffico, dalle città, dalle contrattazioni, dagli spostamenti e da quell’India che, se la affronti troppo di corsa, rischia davvero di annientarti prima ancora di riuscire a capirla.
A un certo punto alziamo lo sguardo, a pochi metri da noi c’è un’agenzia viaggi; ci guardiamo: se invece ce ne andassimo al mare?
Entriamo quasi per scherzo, cinque minuti dopo usciamo con due biglietti aerei per la mattina successiva: destinazione Goa.
Cambio di programma: si va a Goa
È stata una di quelle decisioni improvvise che amo nei viaggi, quelle che in dieci secondi cambiano tutto.
Un attimo prima pensi ai forti del Rajasthan, un attimo dopo immagini una birra fredda sotto una palma e tutta la stanchezza accumulata sembra alleggerirsi.
Forse il Rajasthan meritava più tempo, anzi, sicuramente.
Ma noi in quel momento avevamo bisogno di rallentare, avevamo bisogno di mare, di silenzio, di sabbia, di una pausa dal rumore continuo delle città indiane.
Nel pomeriggio continuiamo a girare ancora un po’ per Jaipur. Entriamo in qualche tempio, vediamo qualcosa qua e là, chiediamo informazioni, camminiamo ancora fino a quando le gambe ce lo permettono.
Ma ormai con la testa siamo già altrove, la sera torniamo alla guesthouse distrutti, quasi in fin di vita, e crolliamo sul letto.
La mattina dopo verso Goa
La mattina successiva ci svegliamo presto, prepariamo gli zaini, lasciamo la guesthouse e andiamo in aeroporto dove prendiamo l’aereo alle 11:30 con arrivo alle 15:00.
Lasciamo Jaipur con una sensazione un po’ strana.
Da una parte la città rosa, il Rajasthan, i palazzi, i mercati e tutto quello che avremmo potuto ancora vedere, dall’altra la certezza che, in quel momento, stavamo facendo la scelta giusta.
Il viaggio cambiava rotta, dal caos della città rosa al mare di Goa, dalla polvere del Rajasthan alla vecchia terra mito delle generazioni hippy.
E sinceramente, mentre saliamo sull’aereo, l’unica cosa a cui riesco a pensare è una: speriamo di trovare una birra ghiacciata sotto una palma.

