Maldive: vivere su un’isola locale a Hangnaameedhoo – Giorni 5–6
(Foto in copertina – L’avvicinamento alla seconda isola deserta visitata durante il nostro soggiorno nell’Atollo di Ari Sud)
Dopo il viaggio in motoscafo e la prima giornata trascorsa su un’isola deserta, il quinto giorno decidemmo di rimanere a Hangnaameedhoo.
Fino a quel momento avevamo visto soprattutto il porto, la guesthouse, il piccolo locale in cui mangiavamo e alcune strade percorse velocemente.
Quel giorno, invece, non avevamo escursioni né barche da prendere.
Era arrivato il momento di capire davvero che cosa significasse vivere su un’isola locale alle Maldive.

Mappa illustrativa di Hangnaameedhoo con il porto, il villaggio, la guesthouse e la zona della spiaggia.
Giorno 5 – Una giornata a Hangnaameedhoo
Hangnaameedhoo era lunga meno di un chilometro e larga circa duecento metri.
Nel 2013 vivevano sull’isola circa cinquecento persone, in gran parte legate alla pesca e alle attività del mare. Non c’erano automobili, grandi negozi o vere strutture turistiche, a parte la piccola guesthouse in cui dormivamo.
Le strade erano completamente ricoperte di sabbia.
Camminavamo tra case basse, cortili, muri scoloriti, biciclette appoggiate agli alberi e vestiti lasciati ad asciugare. Palme da cocco e alberi del pane crescevano un po’ ovunque, offrendo ombra nelle ore più calde.
In pochi minuti si poteva attraversare tutta l’isola, ma ogni passeggiata ci faceva notare qualcosa di nuovo

Una delle strade sabbiose che attraversavano la vegetazione tropicale di Hangnaameedhoo.
Un’isola locale, non un resort
Hangnaameedhoo non aveva l’aspetto ordinato e perfetto delle isole occupate dai resort.
La maggior parte della costa non era una spiaggia da cartolina. In alcuni punti c’erano il porto, le barche, le rocce, piccoli moli e zone utilizzate dai pescatori.
Soltanto una parte dell’isola aveva sabbia bianca, palme e acqua trasparente.
Era proprio questo, però, a renderla interessante.
Non stavamo soggiornando in una struttura separata dal resto delle Maldive. Vivevamo nel mezzo di un piccolo villaggio, seguendo i suoi orari e adattandoci alle sue regole.
Intorno a noi non c’erano camerieri, animazione o buffet internazionali. C’erano bambini che andavano a scuola, pescatori che sistemavano le barche, uomini seduti all’ombra e famiglie che conducevano la propria vita.
Hangnaameedhoo non era stata costruita per noi.
Eravamo noi a dover imparare a viverci dentro.
Oggi anche l’ente turistico ufficiale delle Maldive presenta le isole locali come un modo per entrare in contatto con la vita e la cultura del Paese, distinguendole dall’esperienza più isolata dei resort. Qui inserirei il collegamento esterno a Visit Maldives – Local Island Guides.
La moschea e il ritmo della giornata
Hangnaameedhoo era un’isola musulmana sunnita e la religione faceva parte della vita quotidiana.
Il richiamo alla preghiera proveniente dalla moschea scandiva diversi momenti della giornata. Le attività rallentavano, alcuni negozi chiudevano e gli uomini si avviavano verso il luogo di culto.
La moschea non era soltanto un edificio religioso. Era uno dei punti centrali della comunità.
Anche senza entrare, la sua presenza era continua: negli orari, nell’abbigliamento, nell’assenza dell’alcol e nel modo in cui si svolgeva la vita sull’isola.
Nei resort tutto questo rimaneva quasi invisibile.
Su un’isola locale alle Maldive, invece, era impossibile dimenticare di trovarsi in un Paese islamico.
La scuola di Hangnaameedhoo
Durante una passeggiata passammo davanti alla scuola.
All’esterno era esposto l’orario delle lezioni, datato 15 giugno 2013, con le materie previste per le classi dalla prima alla sesta.
Oltre a inglese, matematica, educazione fisica, biblioteca e studi ambientali, i bambini studiavano dhivehi, Islam e recitazione del Corano.

L’orario delle lezioni della scuola di Hangnaameedhoo nel giugno 2013, con materie in inglese, dhivehi, Islam e recitazione del Corano.
Quell’orario raccontava molto più di quanto potesse sembrare.
Mostrava una piccola comunità sospesa tra tradizione e cambiamento: la religione e la lingua locale da una parte, l’inglese, le materie scientifiche e l’apertura verso il mondo esterno dall’altra.
La scuola era uno degli edifici più importanti dell’isola, insieme alla moschea e al piccolo centro sanitario.
Il centro sanitario e la dengue
Vicino al centro sanitario trovammo un cartello dedicato alla prevenzione della dengue.
La dengue è una malattia trasmessa dalle zanzare e presente in molte aree tropicali. Il cartello spiegava agli abitanti come evitare i ristagni d’acqua e ridurre i luoghi in cui gli insetti potevano riprodursi.
Anche questo era un dettaglio lontanissimo dall’immagine turistica delle Maldive.
Quando si pensa all’arcipelago vengono in mente spiagge bianche, lagune e bungalow sull’acqua. Vivere su un’isola locale significava invece incontrare anche le normali preoccupazioni di una piccola comunità: la scuola, la salute, i rifiuti, l’approvvigionamento e i collegamenti con le altre isole.
Il locale vicino al porto
Per mangiare andavamo sempre nello stesso locale vicino al porto.
Chiamarlo ristorante era forse esagerato. Era contemporaneamente bar, punto di ritrovo, piccola sala da pranzo e luogo in cui i pescatori passavano il tempo libero.

Il piccolo locale di Hangnaameedhoo in cui facevamo colazione, pranzo e cena.
Gli uomini sedevano ai tavoli, giocavano a carte, parlavano, bevevano tè e mangiavano pistacchi.
Noi facevamo lì colazione, pranzo e cena.
La scelta non era molto ampia. I piatti alternavano riso, verdure, patatine fritte, uova, frutta, qualche improbabile tentativo di pasta e soprattutto tonno.
Il tonno alla griglia era senza dubbio la cosa migliore.
Il proprietario si impegnava molto, ma non era abituato ad avere turisti stranieri da servire ogni giorno. In quel periodo eravamo praticamente gli unici visitatori presenti sull’isola.
La cucina maldiviana non ci fece impazzire, ma quel locale diventò comunque uno dei luoghi più familiari del viaggio.

Valeria nel locale vicino al porto, diventato il nostro punto di riferimento per tutti i pasti.
Il tè e le ore senza fretta
Il tè era ovunque.
Veniva servito spesso freddo, molto dolce e in quantità abbondanti. Lo bevevamo durante i pasti o mentre aspettavamo che qualcuno decidesse che cosa fare.
Il tempo sull’isola funzionava in modo diverso.
Gli orari esistevano, ma erano elastici. Una partenza poteva essere rimandata, una persona poteva arrivare molto più tardi del previsto e un programma poteva cambiare in pochi minuti.
Nei primi giorni cercavamo ancora di mantenere il nostro modo di organizzare il tempo.
Poi iniziammo a lasciar perdere.
A Hangnaameedhoo non c’era quasi nulla da fare nel senso tradizionale del termine. Si camminava, si leggeva, si parlava, si guardava il mare e si aspettava.
Ed era proprio quella lentezza che eravamo venuti a cercare.
Il rapporto con gli abitanti
All’inizio gli abitanti ci avevano osservato mantenendo una certa distanza.
Non erano abituati a vedere turisti occidentali passeggiare tra le case, fermarsi vicino al porto o mangiare ogni giorno nello stesso piccolo locale.
Dopo qualche giorno, però, qualcosa iniziò a cambiare.
Le persone cominciarono a salutarci più spesso. Qualcuno ci chiedeva da dove venivamo, quanto saremmo rimasti o che cosa pensassimo dell’isola.
I bambini erano i più curiosi.
Imadh ci aiutava a comunicare e spiegava agli abitanti chi eravamo. Per lui la nostra presenza era importante: dimostrava che Hangnaameedhoo poteva accogliere viaggiatori anche senza trasformarsi in un resort.
Noi eravamo una piccola prova generale.
Valeria e il bagno vestita
La parte più difficile rimaneva l’abbigliamento.
Sulle isole locali le donne dovevano coprire spalle e ginocchia. Nel 2013 non avevamo trovato una vera spiaggia turistica separata dalla comunità.
Valeria doveva quindi entrare in mare con una maglietta e pantaloni abbastanza lunghi.

Sulla spiaggia dell’isola locale Valeria indossava una maglietta e pantaloni sotto il ginocchio, rispettando le consuetudini della comunità.
I primi giorni non la prese benissimo.
Essere alle Maldive, davanti a un mare caldo e trasparente, e non poter fare il bagno liberamente in costume sembrava quasi una contraddizione.
Quando eravamo sulle isole deserte poteva vestirsi come voleva. A Hangnaameedhoo, invece, dovevamo rispettare le regole della comunità che ci ospitava.
Poco alla volta si abituò, anche se per diversi giorni preferì non entrare affatto in acqua dalla spiaggia dell’isola.

Sulle isole locali l’abbigliamento per entrare in mare rifletteva le consuetudini religiose e culturali della comunità.
Giorno 6 – La seconda isola deserta
La mattina seguente, alle 9:00, ripartimmo in barca.
Era prevista la seconda escursione verso un’altra isola deserta dell’Atollo di Ari Sud.
Dopo la giornata trascorsa a Hangnaameedhoo, il passaggio da un’isola abitata a una completamente vuota appariva ancora più netto.
Lasciammo il porto, le case, la moschea e il campo da calcio.
Dopo poco rimasero soltanto mare, cielo e piccole lingue di sabbia.
Un’altra isola, la stessa pace
La seconda isola era diversa dalla prima, ma l’atmosfera era la stessa.
Sabbia bianca, vegetazione, acqua bassa e trasparente. Nessun resort e nessun altro turista.
Sull’isola c’era una piccola struttura utilizzata come riparo. Scaricammo il necessario e ci sistemammo all’ombra.
Ormai sapevamo come funzionavano quelle giornate: qualche bagno, snorkeling, libri, sonno e lunghi momenti trascorsi semplicemente a guardare il mare.
Non c’era bisogno di riempire il tempo.
La parte più bella era proprio il silenzio.

Valeria legge all’ombra durante la seconda escursione su un’isola deserta dell’Atollo di Ari Sud.
Snorkeling e barriera corallina
Entrammo in acqua con la maschera e seguimmo il bordo della barriera.
Le Maldive erano davvero un grande acquario naturale.
Anche senza immersioni profonde si potevano osservare pesci di colori e forme differenti, coralli e piccoli animali marini.
L’acqua era calda e la visibilità molto buona.
Non servivano grandi attrezzature. Bastavano una maschera, un boccaglio e la voglia di rimanere a galleggiare sopra il reef.
Era una delle poche attività capaci di interrompere la nostra totale inattività.

Le acque basse e il banco di sabbia intorno alla seconda isola deserta.
Il ritorno al villaggio
Rientrammo a Hangnaameedhoo intorno alle 18:00.
Al porto ritrovammo il movimento delle barche, i pescatori e le persone sedute vicino all’acqua.
Dopo una giornata trascorsa su un’isola vuota, il piccolo villaggio sembrava quasi affollato.
Avevamo ormai iniziato a riconoscere alcuni volti, le strade, gli orari e i luoghi dell’isola.
Hangnaameedhoo non era più soltanto il nome proposto da Mohamed fuori dall’aeroporto.
Stava diventando la nostra casa alle Maldive.
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